«L’economia non si cura rimpiangendo la Lira»
Intervista a Massimo Bernasconi, vicepresidente del Gruppo giovani dell'Associazione Artigiani di Varese
«Euro si o Euro no? C’è molto da dire! Di sicuro che è stato voluto da tutte le forze politiche all’unanimità, anche da chi, ora, è più critico su questa scelta». A parlare è Massimo Bernasconi, vicepresidente del Gruppo giovani dell’Associazione artigiani di Varese, una sezione che rappresenta oggi più di duemila imprese del territorio.
Con Varesenews ha deciso di affrontare uno dei temi più scottanti dell’attualità economica: la moneta unica. «Oggi le imprese si trovano ad operare in una situazione estremamente complessa e l’Euro è forse il fattore che incide di più, accanto all’apertura dei mercati cinesi. Quando è stato adottato sono stati commessi degli errori, uno dei più eclatanti è stato la determinazione del suo valore: con il cambio a 1936,27 il rapporto tra le due valute è stato fortemente sopravvalutato».
Questo cosa implica? Si può pensare ad una svalutazione, magari uscendo dall’Euro? Cosa pensa della proposta di tornare alla Lira? «Uscire dall’Euro vorrebbe dire accettare una nuova Lira pesantemente svalutata e le conseguenze di questa scelta dovrebbero essere analizzate molto seriamente dagli esponenti politici prima di avanzare proposte di questo tipo. Grazie all’Euro è stato possibile contenere situazioni che altrimenti sarebbero state devastanti. Grazie alla moneta unica, ad esempio, è stato possibile reggere l’incremento dei prezzi del petrolio. Pensare ad una svalutazione in questo momento è difficile, il sistema economico è trainato dal settore dell’edilizia. Una svalutazione comporterebbe il crollo dei mercati immobiliari, l’incremento dei tassi, mutui alle stelle e una repentina crescita della spesa per interesse delle aziende».
Solo svantaggi dunque? «Non proprio, la svalutazione potrebbe essere compensata da un aumento di competitività. Ma in ogni caso si andrebbe a rompere un circuito virtuoso che dura ormai dagli anni Novanta e che ha visto l’abbassamento dei tassi e del debito. E questo potrebbe avere gravi conseguenze, si rischierebbe di finire a capofitto in una situazione simile a quella di alcuni paesi Sud-Americani».
La situazione italiana si riflette anche in Europa? «Quella europea è ancora più complicata, entrano in gioco moltissimi fattori. E per ognuno di essi occorre valutare costi e benefici. Per esempio: è vantaggioso guardare ai paesi dell’Est Europa? Ma quali costi comporta? È un insieme di ponderazioni difficili e che richiedono tempo. Così come non è semplice gestire la moneta unica. Non lo è nemmeno per gli stessi banchieri centrali che negli anni non sono riusciti a mettere a punto un deprezzamento ragionevole».
Rivedere i parametri di Maastricht potrebbe essere una soluzione? «Sono tendenzialmente contrario. Ritengo che intervenire sui parametri, così come imporre dei dazi, sia soltanto un rimedio “antibiotico”. Forse, in un momento di emergenza o di forte crisi questi interventi potrebbero anche essere presi in considerazione ma solo come soluzioni temporanee, non funzionerebbero certo nel lungo periodo».
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