“Mio figlio ucciso dai bulli. Ascoltate i vostri ragazzi”

Drammatica testimonianza della madre di un ragazzo morto a causa di atti bullismo. Si presentava il libro "Io non ho paura. Storie di vittime e di bulli" di Adriana Battaglia e Roberto Trinchero. "La pedagogia deve capire il mondo dei giovani per prevenire questi episodi"

Sono trascorsi quasi 14 anni da quando Francesco Scerbo ha perso la vita per colpa di un "bullo", ma la sua storia è ancora oggi attuale. La testimonianza di Renata, mamma del ragazzo ucciso nel 1995, ha tenuto con il fiato sospeso la platea presente al convegno "Io non ho paura. Storie di vittime e di bulli" che si è svolto lunedì 18 maggio al Museo del Tessile di Busto Arsizio. Organizzato da Azzurro Donna e patrocinato da Provincia di Varese e Comune di Busto Arsizio, l’iniziativa ha visto la partecipazione di un numeroso pubblico, tra cui molti ragazzi. Presenti anche l’on. Laura Ravetto, il sindaco di Busto Gigi Farioli e l’assessore ai Servizi Sociali Mario Crespi. I relatori presenti al convegno hanno analizzato a fondo il fenomeno del bullismo, che proprio in questi giorni ha riempito le prime pagine dei giornali, da diversi punti di vista.

Il momento più toccante della serata è stato il racconto di Renata Scerbo: «Mio figlio è morto i 22 novembre del 1995» ha ricordato «mentre tornava a casa da scuola con il treno Roma-Nettuno. Fabio, il ragazzo che lo infastidiva da quando era iniziata la scuola, lo ha ucciso. Arrivato alla stazione di villa Claudia, dove Francesco doveva scendere, Fabio gli ha prima ostacolato l’uscita, ma è riuscito a scendere. Poi si è affacciato al finestrino e gli ha chiesto di battere il cinque. Francesco lo ha interpretato come un gesto di riappacificazione e si è avvicinato. Fabio gli afferrato il polso e non lo ha lasciato mentre il treno partiva e mio figlio e gli altri ragazzi gli gridavano di lasciarlo. Ma Fabio non lo ha lasciato, l’ha tenuto per 130 metri facendo braccio di ferro da dentro. Fabio era più grosso di mio figlio e non è riuscito a liberarsi, è scivolato ed è caduto sotto il treno». Una morte assurda, con un seguito, se possibile, ancora peggiore: «Nessuno ha fatto prendere coscienza a Fabio del gesto che ha fatto. È un ragazzo che dalle elementari manifestava problemi, ma non è mai stato fatto niente per lui. Tutti hanno coperto le sue responsabilità, rifacendosi all’età del ragazzo. Ci volevano far credere che Francesco era scivolato, che era stato un incidente. Per dodici mesi mio marito ha girato con il registratore, raccogliendo le testimonianze dei presenti e ricostruendo la verità: grazie alle nostre indagini c’è stato un processo. In primo grado Fabio è stato condannato a 2 anni con le attenuanti, in corte d’appello sono diventati con le aggravanti 2 anni e 8 mesi. Ma Fabio non ha fatto neanche un giorno di carcere». Il processo è terminato nel 2007, l’80% delle responsabilità è stato riconosciuto al ragazzo e ai suoi genitori, il 20% alle Ferrovie dello Stato, per non essersi accorti di quello che stava accadendo e aver dato il via libera al treno. «Il mio messaggio – ha concluso Renata – è di collaborare con i ragazzi, di ascoltarli. Dietro al "tutto bene" che mio figlio mi ripeteva ogni sera mio figlio per tranquillizzarmi, c’era la disperazione».

Adriana Battaglia, dirigente scolastico, e autrice, insieme a Roberto Trinchero, del libro "Io non ho paura. Storie di vittime e di bulli" edito da Franco Angeli, ha partecipato al convegno insieme ad alcuni ragazzi dell’istituto di Tradate che dirige. «Sono voluta venire insieme a loro per gridare il nostro no al bullismo. Perché la morte di Francesco tocca tutti noi. Nel libro racconto storie vere, che si fatica a credere siano tali: è incredibile pensare che si possa morire di bullismo, eppure spesso è così. Il caso di Francesco è forse il più eclatante, ma dietro molti suicidi di giovani ci sono storie di persecuzioni e prevaricazioni». A Roberto Trinchero, professore di Scienze della Formazione all’università di Torino, il compito di fornire gli strumenti per interpretare il fenomeno: "La pedagogia deve fornire delle risposte per capire e prevenire storie come quella di Francesco – ha detto Trinchero -. Per farlo, anzitutto bisogna entrare nel mondo dei ragazzi: è sbagliato rifarsi alla propria esperienza, oggi la situazione è molto diversa rispetto a 10 o 15 anni fa. È importante ascoltarli, parlare con loro per penetrare le dinamiche. Nel mio libro ci sono storie andate a buon fine: questo dimostra che vincere il bullismo è possibile».

Oliva Maria Boles, dirigente dell’Acof, ha portato la sua testimonianza di preside di un Centro di Formazione Professionale «Una scuola considerata, inutile nasconderlo, di terz’ordine, dove arrivano quelli che non hanno voglia di studiare, ma gli tocca andare a scuola perché c’è la legge. Quelli che "non ce la fanno" in una scuola "normale", quelli che "fanno casino", perché spesso hanno delle situazioni familiari critiche. Quelli che, se falliscono qui, non si sa più dove mandarli e, loro stessi pensano che siamo l’ultima possibilità. Mi è stata chiesta una testimonianza, in quanto operatore di un settore che ha un quotidiano, stretto contatto con gli adolescenti, anzi, con adolescenti un po’ più faticosi della media. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, noi non siamo in trincea, non siamo l’estrema frontiera del disagio e della devianza giovanili: facciamo formazione, operiamo in una concezione olistica della persona".

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 19 maggio 2009
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