Per quanto si potrà vivere di sola immagine?

Di Alessandro Borghetti - Alcune considerazione del tecnico varesino in questo periodo di test match per le squadre nazionali

rugby nazionale italia sei nazioniNovembre, tempo di Test Match, quando non esistevano i Mondiali, nati solo nel 1987, definivano attraverso l’eterno scontro tra i due emisferi chi era il più forte. Arrivavano così ai pochi appassionati rugbisti italiani, anche miti e leggende del rugby d’oltreoceano ed epiche battaglie sui più noti campi britannici. A proposito di miti, Narciso, il fiore è simbolo tra l’altro della nazionale gallese, ci ricorda che il giovane di straodinaria bellezza sarebbe vissuto a lungo, se non avesse mai conosciuto se stesso. Il rugby sta vivendo in questi anni, a tutti i livelli, una popolarità che non ha pari in altri sport, nonostante, soprattutto in Italia, stenti a raggiungere anche minimi risultati sportivi (una vittoria azzurra negli ultimi 11 incontri). Dice Guy Noves, allenatore di Toulouse, definito il Ferguson del rugby, 19 anni sulla stessa panchina vincendo tutto il possibile, Campione d’Europa in carica, in una recente intervista alla Tv francese, che prevede un futuro poco roseo per il rugby, se si continuerà a giocare in maniera smisurata – 41 incontri all’anno per un giocatore internazionale – e soprattutto se il rugby non si fermerà un attimo a riflettere e a guardarsi davvero dentro. Quattro giocatori sudafricani fermati per doping in Under19; due giocatori Springboks fermati per doping subito dopo il match con l’Irlanda, e poche righe sulla stampa.
Anche nel nostro piccolo il rugby sembra vivere di esteriorità: l’effetto di ciò che si vede o si vuol far vedere, troppo spesso cancella i contenuti, ben più importanti, secondo chi il rugby lo vive quasi come una fede. Di conseguenza sui campi si gioca un brutto rugby, un gioco chiuso e senza ambizione. Portare la palla al largo o calciare è il frutto di uno studio tecnico definito a priori e non della reazione a ciò che fa la difesa. E tutti, ma proprio tutti, vogliono solo vincere. Il rugby in campo deve insegnarci ad adattarci a ciò che succede. La palla ovale che rimbalza dove vuole, nel rugby, rappresenta l’imprevedibilità e se tu ti sei costruito la tua storia e poi la palla rimbalza in un altro verso, devi avere l’abitudine e l’attitudine a reagire, un po’ come nella vita. Oggi il rugby è disciplina e lealtà solo per giornali, TV e sponsor. Il terzo tempo, se potessero, a livello internazionale, nemmeno lo farebbero più, per correre a recuperare fisicamente. E gli spettacoli dell’alto livello, sono spesso, come un concerto dei Doors senza Jim Morrison. Se è si vero che Narciso, consumato dalla sua passione e innamorandosi di se stesso, finì per uccidersi, lo è altrettanto che dal suo sangue caduto al suolo nacque, bellissimo, l’omonimo fiore.
Cari rugbisti italiani in vista del match contro l’Australia e di quelli nel cortile di casa, non abbiate paura di far vedere che dietro muscoli e pailettes ci sono degli uomini, non abbiate perciò paura di mostrare il rugby che sapete fare, che potrà portarvi solo a vincere o perdere una partita e non abbiate di conseguenza, timore dell’impopolarità perchè, «non c’è niente di più triste della vista di un narciso solitario che trema nella brezza primaverile!»
Un saluto!

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 18 novembre 2010
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