Presi i rapinatori di sale scommesse, traditi da un collant
Cinque ordinanze di custodia cautelare nei confronti di quattro uomini e una donna accusati di essere i responsabili della rapina al Cesar Match Point di Cassano e, forse, di altri colpi nella zona
Una soffiata, un paio di collant e un attento lavoro di indagine partendo da un numero di telefono. Così i carabinieri di Gallarate, guidati dal capitano Michele Lastella, sono arrivati ad eseguire cinque ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettante persone (tre italiani e due albanesi con età comprese tra i 25 e i 40 anni) accusate di aver preso parte alla rapina nei confronti del Cesar Match Point di Cassano Magnago avvenuta il 7 febbraio 2010. Il risultato dell’indagine, coordinata dal sostituto procuratore Francesca Parola, è stato presentato questa mattina (giovedì) nel corso di una conferenza stampa tenutasi in procura a Busto Arsizio.
L’identità dei cinque arrestati non è stata resa nota per esigenze d’indagine e non è da escludere che i cinque si siano resi responsabili di altre rapine nella zona. In particolare gli inquirenti sospettano che siano gli stessi componenti della banda a colpire al Match Point di Somma Lombardo, rapina avvenuta quindici giorni prima quella di Cassano e che fruttò ben 20 mila euro. Ma l’attenzione è concentrata anche su una serie di colpi avvenuti in alcune tabaccherie della zona. E’ possibile che oltre a loro ci siano altri componenti non ancora identificati.
Grazie ad un paziente lavoro basato sia sulle intercettazioni che sui pedinamenti e gli appostamenti ma soprattutto grazie ad un paio di collant, usati per coprirsi il volto durante la rapina di Cassano, è stato possibile risalire ai due uomini italiani (la terza è una donna). Le calze sono state trovate nei pressi della sala scommesse poco dopo il colpo dagli stessi militari che le hanno fatte analizzare dal Ris di Parma. Grazie ai resti di pelle e sudore si sono tracciati i loro profili genetici.
Non è stato facile ricostruire le conversazioni telefoniche in quanto «Il gruppo sospettava di essere intercettato e quindi ha tentato anche di depistarci – ha detto il capitano Lastella – In auto i componenti della banda si chiamavano al cellulare, pur essendo insieme, fingendo di essere in posti diversi. Oppure spegnevano il telefonino durante i colpi». Tutto ciò non è servito a farla franca. Il gip Alessandro Chionna ha ritenuto sufficienti gli elementi raccolti al fine di poter firmare le ordinanze.
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