Mannoia: “Il mondo ha bisogno di compassione”
Un omaggio all'Africa e agli ultimi. La cantante emoziona con le sue parole che parlano del mondo che abbiamo in casa e della politica sorda all'accoglienza
Le parole delle donne nel cuore dell’Africa. Visi dal Marocco, dall’Arabia, dal Vietnam, dal Burkina Faso ma anche dall’Europa. Visi che sorridono, che pensano, che resistono. Fiorella Mannoia – l’altra sera al Teatro Apollonio per il tour “Sud” – sottolinea che «tutte le donne sono madri». Lo fa con “Quello che le donne non dicono”: dal pubblico s’alza un boato di riconoscenza. Questa volta, l’interprete concede poco alla politica: a parlare sono le canzoni. È l’incontro tra danza (i ballerini del Projeto Axé), musica (archi, percussioni, piano, fisarmonica, cori: nel nome della pulizia acustica), versi. L’Africa, in tutto questo, è la cartina geografica privilegiata. Una zolla di musica, di spiritualità, di conoscenza. Il diverso che vive tra noi: «Ma la compassione dov’è?» chiede la Mannoia. «Il futuro è multirazziale e non ci sarà alcuna Bossi Fini capace di interrompere il flusso, perché questo è ciò che deve essere».
Così, l’apertura affidata a “I treni a vapore” ha il respiro delle pianure, l’incedere della corsa, la carezza del tramonto. Fiorella usa la solarità dell’Africa, il suo calore, i suoi colori, le sue eco (il breve ma dolcissimo intermezzo per archi e kora, strumento dell’etnia Mandinka) per stemperare il grigiore e il gelo di questa nostra società dove dobbiamo scegliere «da che parte stare». Lo urla senza timori, la Mannoia, quando il rapper Frankie HI-NRG sale sul palco e spara “Non è un film”: l’orrore del degrado morale nel benessere dell’Occidente. Tre ore di concerto ispirato dalla «terra da mangiare». Una terra che l’Occidente «vampirizza, impoverisce, degrada». Non servono i proclami nella giravolta dei suoni. Servono, però, occhi diversi. Per ricordare. Per esempio gli anni del boom economico: «Io ero bambina negli anni Sessanta – interviene ancora Fiorella-. Andavo in spiaggia con nonni, zii, parenti. La mia famiglia era di quelle che al mare si portava la teglia di lasagne, ed io respiravo l’ingenuità e la fratellanza di allora». E oggi? Oggi resta la suggestione di un tempo che non c’è più. E quelle «idee che non si uccidono»: il principio sacrosanto con il quale Thomas Sankarà, presidente del Burkina Faso per tre anni e assassinato dalle multinazionali, pose alla base del suo essere libero.
Poi, una dietro l’altra, “Io non ho paura”, “Se il diluvio scende”, “Dal tuo sentire al mio pensare”, “Sally”. Successi vecchi e brani che, il successo, lo raggiungeranno. Perché in “Sud” i sentimenti si affilano, sembrano scivolare come aironi sull’acqua, ma lasciano una traccia indelebile nel cuore. E questo suo impegno, la Mannoia lo fa pesare. I toni sono eleganti, i sipari danzanti eccezionali per raffinatezza, i buoni sentimenti esplodono. Non si tratta di un concerto, ma di una confessione. Un progetto di vita, anche. E allora ecco “Se solo mi guardassi”, “Luce”, “In viaggio”. Ma anche “Il cielo d’Irlanda” (una maliziosa cavalcata verde su ritmo di giga), “Vieni via con me” di Paolo Conte (anch’essa africanizzata) e un omaggio a Lucio Dalla: standing ovation. Chiusura sulle note di Ivano Fossati con “Mio fratello che guardi il mondo” e “Buontempo”. E una band eccezionale che porta ad un pensiero eretico: per bravura, tecnica e capacità, a volte la si vorrebbe apprezzare – ancor più – senza la formidabile Mannoia.
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