In piscina c’è anche il caso-cuffie
Gli azzurri non hanno potuto indossare le calottine della Jaked: l'azienda gallaratese potrebbe rompere il contratto con la Fin. E interviene anche l'assessore regionale
Non ci sono solo i risultati al di sotto delle attese a creare malumore nel mondo del nuoto italiano. Nei giorni scorsi è infatti nato anche il caso delle cuffie: quelle indossate da azzurri e azzurre infatti sono state bocciate dalla federazione internazionale perché non sarebbero state omologate. Un fulmine a ciel sereno (va detto che le stesse cuffie sono state utilizzate nelle competizioni internazionali che hanno preceduto le Olimpiadi) che ha aperto varie controversie con risvolti anche dalle nostre parti. A produrre le calottine, come il resto dell’abbigliamento dell’Italia che nuota, è infatto la Jaked, marchio entrato qualche anno fa nella galassia Inticom e quindi Yamamay tanto che la sede dell’azienda è stata spostata nel quartier generale di Gallarate.
Ora Jaked chiede spiegazioni sia agli organismi internazionali, sia alla Federnuoto italiana con cui potrebbe arrivarea al divorzio. Oltre al danno si è infatti aggiunta la beffa perché i nuotatori azzurri, non potendo indossare le proprie cuffie, hanno ricevuto dall’organizzazione quelle bianche marchiate Speedo o Arena, i due grandi concorrenti dell’azienda gallaratese.
Sulla questione è intervenuta anche l’assessore regionale allo sport Luciana Ruffinelli, scesa in campo accanto a Jaked: «È assolutamente inaspettata e all’apparenza ingiustificabile – attacca Ruffinelli – la squalifica delle cuffie dei nostri atleti, prodotte come i loro costumi dalla Jaked. Mi auguro che si possa fare chiarezza su quanto accaduto; ci sono investimenti milionari in ricerca e promozione che resteranno senza il previsto e meritato ritorno mediatico, per tralasciare il danno in termini di immagine».
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