Rosati: “Ecco come ho ceduto il Varese, e perché sarei potuto tornare”

Lunga intervista all'ex presidente biancorosso che - evitando scontri o polemiche - dà la sua versione dei fatti, parla dei debiti e del rapporto con Laurenza. E rivela che per l'iscrizione era pronto a dare una mano

Dal nostro inviato – C’è anche un po’ di Varese nello studio presidenziale di Antonio Rosati, al primo piano del quartier generale delle sue aziende, a Cinisello Balsamo. Un gagliardetto pende dalla mensola, quasi sulla tesa di un "omino" del Subbuteo in formato gigante, vestito con la maglia biancorossa caratterizzata dallo sponsor "Oro in Euro". Due metri più in là, l’ex presidente e proprietario del Varese ha dato appuntamento a un gruppo ristretto di giornalisti, per dare la propria versione dei fatti sulla cessione del club a Laurenza, per rispondere ad alcune accuse e per sottolineare che lui, a questa società, avrebbe dato una mano in caso di bisogno. Senza polemica, perché da questo punto di vista Rosati – accanto a lui la moglie Eleonora – ha scelto una linea più votata alla spiegazione che allo scontro o all’attacco. Un intervento lungo e articolato, partito con la ricostruzione del quinquennio passato alla guida del Varese e proseguito con la sua spiegazione di quanto è avvenuto tredici mesi fa, quando gli è succeduto Nicola Laurenza. Con una puntualizzazione: «In questi mesi ho sentito e letto di tutto. Ora mi piacerebbe dire la mia, e ho aspettato che il Varese si salvasse e iscrivesse per non creare confusione, ma non vorrei più inesattezze sul mio conto. Altrimenti non risponderò sui giornali ma in altre sedi».

LA CESSIONE – «La mia volontà di vendere la società è nata subito dopo la sconfitta nella finale playoff con la Sampdoria – rivela Rosati – Chi dice che abbiamo giocato a perdere quella partita non capisce di calcio: la Serie A è l’unica categoria che garantisce soldi e tranquillità e per me il verdetto di quel match è stato una botta molto forte da assorbire. Avevo capito che il ciclo, nato quattro anni prima, era terminato ma nonostante questo sono rimasto a capo del Varese per un altro campionato, e pur non ripetendo le due annate precedenti abbiamo comunque sfiorato i playoff. Nel frattempo avevo già sondato possibili successori ma al di là dei soliti personaggi che girano per l’Italia senza grandi garanzie non avevo trovato sponde. Così ho pensato a Nicola (Laurenza ndr): da sponsor era stato un modello positivo e ha dato un bell’aiuto alla società. Gli parlai del mio progetto di andare al Genoa e gli prospettai un piano per introdurlo nel calcio a livello dirigenziale. Proposi di diventare presidente – erano i primi di giugno – e di acquisire una quota ridotta, tra il 10 e il 20%, della società in modo da potersi fare le ossa in questo mondo. Un "metodo" già seguito quando si trattò di fare entrare nel club i soci napoletani: un periodo di avvicinamento e poi l’investimento nella pausa invernale precedente. Abodi aveva dato l’ok a patto che io mantenessi al massimo il 49% e così io iniziai a lavorare per il Genoa con queste condizioni. Venti giorni dopo, e io non so cosa sia variato in quel periodo, lo scenario è cambiato e io a tutt’oggi non so chi, cosa e perché ha spinto Laurenza a cambiare le prospettive e a dirmi "Voglio tutta la società". Io non mi sono opposto, perché reputo Nicola un bravo imprenditore e un ragazzo intelligente: mi ha chiesto di salire all’83% e, anche se ero un po’ titubante dal punto di vista sportivo, ho lasciato fare. Con dispiacere, perché pur da dirigente del Genoa mi avrebbe fatto piacere supportare in qualche modo il Varese, come ho fatto in un paio di occasioni. La sera del 30 giugno 2013 per esempio, data di scadenze importanti, feci acquistare dal Grifone due giovani garantendo ai biancorossi un introito utile; e poi contribuii alla cessione di Floro Flores al Sassuolo che così poté lasciare libero Pavoletti».

I DEBITI – Interpellato sui debiti della società – Laurenza ha parlato di più di 9 milioni, 7,7 dovuti all’erario, altri 2 ai fornitori – Rosati non nega la loro esistenza ma anche in questo caso dà la sua versione dei fatti. «Chi conosce il mondo del calcio, sa che quasi tutte le squadre sono indebitate: in Serie B ci sono pochissime eccezioni, qualcuna positiva e senza debiti e qualcuna negativa, con passivi enormi (una di queste, il Siena, non si è iscritta ndr). Le altre hanno tutte situazioni simili, che si possono limitare facendo bene il calciomercato e a Varese abbiamo seguito proprio questa strada. Far crescere in casa i giocatori giovani e quindi cederli, permette di raddrizzare i bilanci, anche se non è detto che tutti i soldi si incassano subito: spesso vengono rateizzati e questo è un altro aspetto da considerare. Ora, per acquistare un club ci sono due vie: o si stacca un assegno e si compra tutto senza debiti, oppure questi si ereditano ma ovviamente il prezzo è molto minore, e nel nostro caso io ho lasciato il Varese senza costi per Laurenza. Da parte mia non voglio mettere in difficoltà Nicola o la società attuale, però nel mondo del calcio devi pagare quello che compri e in questo caso è andata così. E comunque le cifre erano sulla carta anche un anno fa: non parliamo di una multinazionale con bilanci difficili da interpretare, ma di una società di calcio dove i dati che contano si possono leggere facilmente».
Nel "rosso" delle casse del Varese spiccano anche circa 2 milioni dovuti ai fornitori, molti dei quali con sede sul territorio cittadino o provinciale. Soldi non pagati che pesano anche a livello di immagine. «Anche in questo caso si tratta di debiti in qualche modo "funzionali" al sistema calcio, che sicuramente è malato ma che funziona così ovunque. Chi sceglie di lavorare con le società calcistiche, e parlo di manutenzione, aree verdi, hotel, ristoranti…, sa che le tempistiche di pagamento sono più lunghe. Può non piacere, ma allora si può scegliere di non lavorare con il calcio. Oppure ci si può accordare per avere un ritorno che non è solo monetario ma anche pubblicitario, promozionale o quant’altro».

IL (MANCATO) RITORNO – Rosati svela quindi un ulteriore retroscena nella trattativa della cessione a Laurenza. «Nicola non ha voluto mettere nel contratto la clausola "put and call", quella che dopo un anno – in caso di mantenimento della categoria – mi avrebbe permesso di riprendere la società allo stesso costo di cessione, zero nel nostro caso. Io l’ho proposta proprio per evitare che un imprenditore non abituato al pianeta calcio si stufasse o preferisse lasciare ma, appunto, lui non l’ha voluta. Comunque di recente, nei giorni più difficili in cui la sopravvivenza era a rischio, ho fatto a sapere tramite alcuni professionisti a Laurenza e alle istituzioni come il Sindaco, che ero disponibile a iscrivere il Varese e, nel caso, a riprendermelo perché sento questa società come una mia figlioccia e perché comunque è stata anche una mia creatura. Ora però sono felicissimo che non sia servito un mio intervento e che il Varese abbia potuto iscriversi alla prossima Serie B. Per quanto riguarda una mia disponibilità futura, mi sembra difficile, però nella vita ho imparato il motto "mai dire mai"».

IL DOMANI – Dimessosi da vicepresidente del Genoa nel giorno in cui ha presentato un’offerta per rilevare il Bari (non andata a buon fine), Rosati non ha comunque intenzione di uscire dal mondo del calcio, anche se non ha fretta o obbligo di rientrare. «Una cosa che mi piace – dice parlando del pallone – ma senza avere crisi di astinenza. Ora mi sono concentrato nel creare un bel gruppo di lavoro con due partner, un calciatore appena ritiratosi e un imprenditore a me vicino, e se troveremo un progetto valido lo affronteremo. Ho avuto contatti con due società di Serie B, una delle quali senza debiti, ma non ho preclusioni rispetto alla categoria». Riguardo alle altre figure incontrate a Varese in questi anni, detto di Laurenza nei paragrafi precedenti, Rosati spiega: «Ho incontrato Ricky Sogliano poco più di un mese fa in Toscana. Ci siamo fatti una gran mangiata di pesce, ci siamo detti in faccia alcune cose e da allora ci sentiamo per parlare di calcio di tanto in tanto. E sugli altri posso dire che sarei solo felice se arrivassero a dirigere o allenare realtà di massima importanza».
Per quanto riguarda il Varese invece Rosati spiega: «Condivido la politica di gestione virtuosa e oculata di cui parla Laurenza e credo che una società come quella biancorossa debbe muoversi molto sul piano dei rapporti interpersonali. Quindi stabilire alleanze con 3 o 4 club importanti in modo da completare la rosa senze particolari spese e da contribuire a lanciare giocatori interessanti. Quello che ha fatto per esempio il Crotone».

LA POLITICA – Infine ci è parsa doverosa una domanda sulla discesa in politica in occasione delle scorse elezioni regionali, non foss’altro perché Rosati le ha affrontate da presidente in carica del Varese e – presumibilmente – è stato votato da più di un tifoso e da migliaia di cittadini. «Non sono pentito di quell’esperienza: si è trattato di dare una mano a vari amici e sono contento di aver contribuito comunque al principale obiettivo, e cioé alla vittoria di Roberto Maroni. Anche il mio risultato, secondo più votato della nostra lista, è stato positivo e comunque in caso di elezione avrei rinunciato al seggio perché il mio lavoro e gli altri impegni non mi permetterebbero di svolgere quell’incarico. Forse sarebbe stata una delusione in caso di sconfitta di Maroni, non così».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 22 luglio 2014
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