Processo Uva, sfilano i testi della difesa

bomba tribunale varese 2013

Uva era calmo o era agitato mentre era al triage del Pronto Soccorso dell’ospedale di Varese, quella mattina del 18 giugno 2008, giorno in cui morì? Secondo i due carabinieri che lo hanno piantonato tra le 6 e le 8 era molto tranquillo, secondo l’agente di Polizia Locale che era lì con loro a partire dalle 7,30 era agitato, insultava le forze dell’ordine e cercava di alzarsi dalla barella a cui era stato legato (probabilmente mani e piedi) in attesa dell’autorizzazione al trattamento sanitario obbligatorio. Si calmò, ma sarebbe meglio dire che cadde in un sonno profondo, solo dopo che gli venne somministrato un farmaco calmante da parte del personale infermieristico.

Piccole contraddizioni nei testi della difesa ma che, in una vicenda così controversa e dibattuta, possono fare la differenza, sempre. Oggi è stato il turno dei testimoni delle difese dei sei poliziotti e del carabiniere imputati di omicidio preterintenzionale, arresto illegale e altri reati inerenti ai fatti avvenuti tra la notte del 17 giugno 2008 in questura e la mattina del 18 in ospedale.

Nicola Susco, all’epoca carabiniere in servizio alla Radiomobile come capopattuglia, Era in servizio quel giorno. Ha raccontato di essere stato chiamato in Pronto Soccorso per dare ausilio al brigadiere Righetto che smontava dal turno: «Sono stato a contatto con Giuseppe Uva ma a distanza. Sono arrivato alle 6,45 e l’ho visto tranquillo, era sul lettino. Ad un certo punto mi sono avvicinato perchè si lamentava. Diceva che le cinture erano strette e che gli davano fastidio alle gambe e alle braccia. Non le vedevo perchè c’era una coperta sopra. Polsi e gambe erano sicuramente legate. Chiesi agli infermieri se potevano staccare le cinghie perchè era tranquillo. So che lo hanno fatto ma non ricordo chi». Alla versione di Fusco, l’appuntato Giovanni Noto che era con lui ha aggiunto solo di aver sentito dire a Uva «di non somministrargli medicinali perchè era allergico», ma anche lui l’ha definito tranquillo. L’agente della Locale Mauro Saredi, invece, ricorda che «arrivammo alle 7,15 circa. Vidi Giuseppe Uva e i due carabinieri. Lo ricordo cosciente, disteso sulla barella, molto agitato, aveva l’alito che sapeva di alcol. Diceva parole contro le forze dell’ordine e cercava di alzarsi ma era legato. Un infermiere somministrò un farmaco a Uva che dopo poco si addormentò profondamente. Venne portato a fare una schermografia e poi fu spostato in psichiatria. Dopo due ore dormiva ancora, poi siamo stati mandati via perchè non c’era più bisogno di noi».

Tra i testi della difesa c’era anche Silvana Ilacqua, moglie di Nicola Uva, che ha parlato dei suoi rapporti con uno degli imputati, il poliziotto Luigi Empirio che conosceva perchè i figli erano amici e compagni di scuola, e del rapporto con Giuseppe Uva: «Con Giuseppe avevamo buoni rapporti, frequentava casa nostra, ci dormiva anche a volte. Era Molto legato anche a nostro figlio». Invitata a ripercorrere con la memoria il giorno della morte del cognato ha rcordato «ero stata chiamata da Mara, sorella di Nicola. Mi disse che Giuseppe era ricoverato al Ps. Dopo un po’ ricevetti una seconda chiamata in cui mi disse che era morto in psichiatria. Mio marito era in dialisi, venne staccato dalla macchina in anticipo e lo portai all’ospedale. Non ho visto il corpo, sono rimasta nel corridoio dell’obitorio e non ho visto i suoi vestiti se non dentro ad un sacco».

Interrogata dalla difesa sui rapporti con l’agente indagato: «Il giorno della morte di Pino mio figlio doveva andare alla festa del figlio di Empirio. Quando andai a riprenderlo parlammo di quello che era successo e lui mi disse che quella notte era lì, gli chiesi perchè non ci chiamò per andare a riprenderlo e lui rispode che non poteva farlo. Disse che era ubriaco e che secondo lui aveva preso della droga». La donna ha anche raccontato delle volte in cui parlò con Empirio e con altri imputati (Dal Bosco, Righetto e Colucci) di quello che avvenne prima della morte di Uva. La donna ha anche confermato di aver saputo dallo stesso cognato e da due amici di Giuseppe (accompagnati in auto il giorno del funerale) che aveva una relazione con la moglie di un carabiniere.

Infine hanno testimoniato anche un’infermiera e una operatrice socio sanitaria che conoscevano Immacolata Russo, l’operatrice che disse di aver raccolto la confidenza da Giuseppe Uva in merito ai maltrattamenti in caserma, le quali hanno negato di averne mai sentito parlare dalla donna.

Il 7 maggio si svolgerà la prossima udienza del processo durante la quale ci sarà il confronto tra i tre periti che hanno relazionato sul corpo di Giuseppe Uva e sulle cause della sua morte.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 03 Luglio 2015
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