“Non vendere subordinati per noi è una scelta etica”

Intervista a Roberto Scazzosi e Luca Barni , presidente e direttore della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate. «Abbiamo anche rinunciato a clienti, ma non abbiamo mai venduto un subordinato. Sono i piccoli istituti di credito a sostenere nei fatti l’economia reale del territorio»

bcc scazzosi barni banche novembre 2011

Nei giorni in cui si è scatenato il dibattito  sul caso delle quattro banche a rischio default (Banca Etruria, Banca Marche, Cassa di risparmio di Chieti e Cassa di risparmio di Ferrara) per l’emissione e il collocamento nel portafoglio dei propri clienti di obbligazioni subordinate ad alto rischio, per troppe volte le banche di credito cooperativo sono state tirate in ballo con un’analogia impropria: se si è piccoli il rischio di default è più alto. Come se il rischio di fallimento di una banca dipendesse dalle sue dimensioni e non dalla buona e cattiva gestione.

Non stiamo qui a scomodare il caso dei casi che risponde al nome Lehman Brothers, perché la questione, appunto, non è essere small o big, grandi o piccoli. Eppure sia il premier Renzi, alla Leopolda, che il direttore generale della Banca d’Italia Salvatore Rossi,  durante la trasmissione “In mezz’ora” di Lucia Annunziata, parlando delle quattro banche dissestate hanno affrontato il tema delle bcc e la necessità di una riforma dell’intero credito cooperativo per avere più efficienza ed economie di scala adeguate.

In realtà il dibattito sulla necessità di una aggregazione è presente da tempo nel movimento del credito cooperativo. Basti ricordare che solo tre anni fa i vertici della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate avevano detto apertamente che si stava discutendo e lavorando per favorire le fusioni. La cosa interessante è che Roberto Scazzosi e Luca Barni, rispettivamente presidente e direttore generale della Bcc, fecero quelle dichiarazioni alla vigilia di un’operazione di “pulizia” dei crediti inesigibili dal bilancio che portò per la prima volta questa storica banca del territorio a chiudere con il segno meno. E per finire nel 2013, alle porte della sede di via Manzoni a Busto Garolfo  bussarono anche gli ispettori della Banca d’Italia, che dopo aver fatto le pulci a conti economici e bilanci, non emisero alcuna sanzione per la gestione.

Scazzosi, perché quell’accostamento è improprio?
«Abbiamo sentito l’esigenza di partecipare a questo dibattito perché si è iniziato a parlare di noi a gennaio nell’ambito della riforma delle popolari, poi la nostra posizione è stata stralciata dal governo. Le bcc hanno invece continuato nel loro progetto di autoriforma con Federcasse, progetto che in estate è stato consegnato al Governo. Da allora però noi non abbiamo più sentito nessuno e nessuno si è fatto vivo. E improvvisamente si parla nuovamente delle bcc in un contesto negativo, che tra l’altro non ci riguarda perché tra le quattro banche coinvolte non c’è una sola bcc».

Che reazione hanno avuto i vostri clienti?
«Noi viviamo di reputazione i nostri risparmiatori li conosciamo e li guardiamo in faccia ogni giorno. Ci aspettano fuori dalla banca e ci chiedono “come va”. Le persone sono impressionate da quanto è accaduto ma il sistema del credito cooperativo è solido e soprattutto è ben tutelato con il fondo di garanzia degli obbligazionisti».

Barni, avete mai emesso e venduto obbligazioni subordinate?
«No. La nostra è una scelta che ha un fondamento etico. E poi siamo ben patrimonializzati e solidi non abbiamo bisogno di questi strumenti».

Che cosa è etico e cosa non lo è per una banca?
«È la differenza tra breve termine e medio e lungo termine. Noi lavoriamo nel medio e lungo termine che paga sempre. Per scendere nel concreto, noi non vendiamo titoli al di sotto di un certo rating, ai nostri sportelli non troverete mai qualcuno che vi propone un subordinato della Repubblica Dominicana che rende il 7% . È una scelta, chi vuole investire da noi deve guardare al medio-lungo periodo. Bisogna ricordare che 100 miliardi di subordinati li hanno emessi i grandi  gruppi bancari, non i piccoli. Inoltre, i 3,6 miliardi di euro del fondo di risoluzione per soccorrere le banche in difficoltà vengono pagati da tutti gli istituti di credito, bcc comprese. E vi assicuro che sono tanti soldi».

Perché la questione delle dimensioni del sistema bancario italiano ritorna puntualmente al centro del dibattito?
«Perché non si guarda alla storia. Affermare “too big to fail”, cioè troppo grande per fallire è un falso perché la recente crisi economica, partita dal fallimento di una grande banca, ha dimostrato il contrario. I grossi gruppi bancari tendono a perdere il rapporto con l’economia reale e inseguire logiche che non tengono conto della specificità dei territori e delle necessità di piccole e medie aziende, artigiani e famiglie, che sono il vero fulcro vitale delle nostre comunità. Insomma, noi siamo dei fornitori che devono essere affidabili e devono saper ascoltare. Capire le esigenze dell’economia di un territorio non si esaurisce con un click o inserendo i dati di un bilancio in un computer, ma richiede una conoscenza reale delle imprese che alle nostre latitudini sono per lo più micro e piccole».

Scazzosi, a che punto è il progetto di autoriforma delle bcc?
«Noi abbiamo consegnato tutto al Governo e siamo in attesa che dopo Natale venga preso in considerazione. Dovrebbe seguire un decreto legge da convertire in legge per darci una tempistica per la costituzione di una o più capogruppo. Penso che il concetto di aggregazione, che è alla base della nostra autoiriforma, sia importante nel contesto in cui viviamo ma debba essere spontaneo e aziendale, non dirigistico e imposto dall’alto».

I  3.600 soci e gli oltre 25mila correntisti della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate possono dormire sonni tranquilli?
«Certo. I nostri clienti che possiedono obbligazioni ordinarie emesse dalla nostra bcc possono contare  sempre sulla garanzia del Fondo di garanzia degli obbligazionisti che, in caso di criticità, mette al sicuro dal danno patrimoniale, in quanto garantisce fino a 100 mila euro aggiuntivi al pari importo riconosciuto per legge a tutti  i depositanti. E anche gli indicatori bancari danno ulteriore conto della sicurezza e della solidità delle banche piccole come la nostra: in media il Cet1 dell’industria bancaria italiana è al 12,1%, quello della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate è al 16,6%».

Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

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Pubblicato il 15 Dicembre 2015
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