Cazzaniga agì in barba alle linee guida per le cure palliative

I consulenti dell'accusa nel processo nei confronti del medico del Pronto Soccorso di Saronno: "Non ha seguito linee guida". Presenti anche altri imputati

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Udienza particolarmente affollata quella di oggi al processo nei confronti di Leonardo Cazzaniga, il medico accusato di 14 omicidi, molti dei quali tra i pazienti del Pronto Soccorso di Saronno, e di altri 4 tra medici e dirigenti ospedalieri del nosocomio saronnese.

Tre di questi erano in aula per la prima volta dall’inizio del processo e si tratta della dottoressa Maria Luisa Pennuto, dell’ex-primario del Pronto Soccorso Nicola Scoppetta e dell’ex-direttore medico Paolo Valentini. La loro presenza non era causale, al banco dei testi c’era infatti la commissione medica di consulenti della Procura della Repubblica che ha stabilito quali, tra i 97 casi sospetti di decesso al Pronto Soccorso che l’inchiesta ha analizzato, fossero stati trattati con l’ormai ben noto “Protocollo Cazzaniga“, ovvero quel mix di farmaci anestetici utilizzato dal medico nei confronti di pazienti molto anziani o malati terminali per provocarne la morte.

Tra questi 11 casi, poi saliti a 12 nell’inchiesta bis, ci sono anche alcuni dei casi che furono sottoposti dai due infermieri (Radu e Leto) alla commissione interna che avrebbe giudicato l’operato di Cazzaniga sostanzialmente fuori dalle righe ma corretto. Per loro, in questo procedimento, l’accusa è di omessa denuncia e favoreggiamento.

La commissione, composta dai professori Bruno Barberis, Fabrizio Bison e Luca Dutto, ha sostanzialmente spiegato alla Corte d’Assise come hanno agito e come sono arruvati a stabilire i sovradosaggi di Midazolam, Propofol e Morfina da parte del Cazzaniga che – da quanto emerso – metteva in atto cure palliative senza rispettare alcuna linea guida tra quelle universalmente riconosciute dalla medicina.

I consulenti hanno spiegato che si rilevano dosaggi da 4 a 10 volte superiori a quelli indicati al punto da accorciare da tre giorni a poche ore la terapia. I tre hanno fatto anche rilevare come questo tipo di cure debbano essere discusse e decise in sintonia con il paziente ove possibile, con i familiari e con i colleghi, cosa che Cazzaniga non sembra abbia mai preso in considerazione.

Infine sono entrati nel particolare di due dei 14 omicidi contestati: il caso di Giacomo Borghi che avrebbe potuto vivere anche qualche decina di minuti mentre nel caso di Antonietta Balzarotti l’aspettativa di vita sarebbe stata di altri 3 mesi.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 12 ottobre 2018
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