Truffa del “tax refund” a Malpensa, indagini chiuse per 43 cinesi

La Procura di Busto ha chiuso l'indagine che ha messo fine al commercio illegale di capi griffati da parte di 43 cinesi che fingevano di essere viaggiatori

Guardia Finanza Malpensa 2017

Fingevano di essere viaggiatori in visita in Italia dalla Cina, usufruivano del “tax refund”, ma in realtà vivevano in Italia e rivendevano la merce acquistata a connazionali attraverso il servizio di messaggistica per smartphone WeChat, molto usato dalla comunità cinese.

Sono accusati di aver truffato lo Stato evadendo 700 mila euro di Iva i 43 cittadini di origine cinese per i quali è stata comunicata la chiusura dell’indagine da parte del sostituto procuratore di Busto Arsizio, Nadia Calcaterra (foto).

nadia calcaterra

Lo stratagemma dei truffatori era tanto semplice quanto efficace: grazie a passaporti veri e biglietti aerei falsi riuscivano a farsi rimborsare l’Iva della merce acquistata all’interno dei negozi più lussuosi di Milano o negli outlet del nord Italia e rivendevano borse, vestiti, scarpe a prezzi sicuramente più vantaggiosi attraverso i canali sul social network. Decine e decine i capi sequestrati nel corso delle perquisizioni eseguite dalle Fiamme Gialle di Malpensa, 4600 gli acquisti controllati dagli agenti.

Le merci venivano portate a Malpensa, per completare la procedura di tax refund, recuperando cioè l’Iva, come previsto per i viaggiatori extra UE che facciano acquisti nell’Unione e ritornino nel loro Paese di origine. La truffa è emersa proprio perchè i finanzieri avevano notato le lunghe file di cittadini cinesi che si presentavano all’ufficio Tax Refund.

La normativa sugli acquisti Tax Free prevede, per le persone fisiche residenti fuori dall’Unione Europea, il rimborso dell’Iva per gli acquisti di beni effettuati nell’UE, che siano destinati all’uso personale o familiare del viaggiatore. I beni acquistati devono essere trasportati al di fuori del territorio dell’Unione entro tre mesi dalla data della fattura, ma in questo caso non uscivano mai dall’Italia. Finivano invece ad alimentare un commercio di beni di lusso rivolto prevalentemente (se non esclusivamente) a cittadini cinesi che vivono in Italia.

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 19 ottobre 2018
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