Mi hanno picchiata, in ospedale avrei voluto più comprensione

Una donna che ha subito gravi maltrattamenti plaude all'iniziativa solidale degli infermieri di Varese per il 25 novembre ma, ricordando la propria esperienza, chiede maggiore empatia e soprattutto più concretezza nelle azioni

violenza donne

Per il 25 novembre gli infermieri di Varese, in occasione della “Giornata internazionale contro la violenza”, si sono schierati dalla parte delle donne e di tutte le persone vittime di violenza. Un’iniziativa di sensibilizzazione lodevole realizzata con l’associazione Amico fragile e culminata con un’installazione multimediale interattiva presso un centro commerciale di Varese e accompagnata dallo slogan “No alla violenza! Gli infermieri rispondono con la cura“.

Varesenews ha scritto di questa iniziativa, annunciando anche l’apertura del centro antiviolenza presso l‘Asst dei laghi quale punto di riferimento per le donne che hanno subito violenza. L’articolo è stato letto da Benedetta (è un nome di fantasia) che con molta pacatezza e senza dare giudizi ha raccontato la sua esperienza sperando di dare un contributo utile.


Per ben due volte sono stata al pronto soccorso dell’ospedale di circolo di Varese. Sono arrivata con alcune costole rotte e varie ecchimosi sul viso e in evidente stato di shock. La prima volta sono andata al triage e ho raccontato che cosa mi era successo. L’infermiere con molto garbo mi ha risposto che dovevo aspettare almeno cinque ore. Ho spiegato che non potevo aspettare così tanto e che dovevo rientrare a casa per non dover giustificare la mia assenza. La seconda volta è capitata la stessa cosa: mi è stato detto che dovevo aspettare alcune ore, come se il mio fosse stato un incidente qualsiasi, una caduta in bicicletta o in motorino. La sensazione che ho avuto è che l’infermiere non capisse chi aveva di fronte, nonostante io avessi spiegato l’origine delle mie ferite. Quando finalmente sono stata ricevuta dal medico ho sentito un minimo di comprensione nell’esclamazione: «Signora, mi dispiace», per poi ritornare subito alla freddezza del referto, «percossa da persona nota».

Leggo nell’articolo che per i casi di maltrattamento è stato attivato uno sportello ad hoc al pronto soccorso con personale dedicato, ma nessuno me ne ha parlato, né il primo e tantomeno il secondo infermiere. Credo che il vero problema per le donne che subiscono maltrattamenti e violenze sia la mancanza di empatia quando entrano nella  struttura che più di tutte dovrebbe aiutarle e comprenderle. Non sto parlando di malasanità quanto piuttosto di un problema culturale, così come è culturale la genesi della violenza nei confronti delle donne. Questo ne spiega la trasversalità: non ne sono immuni le famiglie ricche così come non lo sono quelle povere, colpisce quelle dove c’è un certo grado di istruzione  e quelle dove regna l’analfabetismo. La battaglia è culturale ma per fare progressi occorre la concretezza e la coerenza delle azioni.

Grazie per aver ascoltato la mia testimonianza.

 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 novembre 2018
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