Si è spento Luciano Folpini

Storico milanese, da anni viveva a Gavirate. Qui lo ha incontrato Filadelfio Ferri che gli fece l'intervista che riproponiamo

Luciano Folpini scrittore e storico

Si è spento nella sua casa di Gavirate Luciano Folpini,  dopo anni di malattia.

Proponiamo un ricordo di Filadelfio Ferri che lo intervistò per il notiziario che la parrocchia distribuisce casa per casa. Una chiacchierata sulla sua malattia che gli venne diagnosticata nel 2012


«Nato a Milano nel 1939, dove ha sempre vissuto, salvo una breve parentesi a Bergamo, ha svolto per lunghi anni il ruolo di dirigente.  Dal 2000 risiede a Gavirate». Così l’amico Luciano si presenta sul suo sito
(http://www.lucianofolpini.eu/pagine/luciano.html).

Lo incontro a casa sua, in una mattina d’inizio aprile di una primavera che ancora si fa attendere. Non abbiamo bisogno di preamboli, l’uomo del resto non ama i giri di parole. Carattere spigoloso, idee chiare e distinte, disponibile alla conversazione, mi accoglie nel suo studio, nel quale la malattia lo ha ormai confinato come in una cella. E attacca:

«La malattia mi è stata diagnosticata il 5 gennaio del 2012, quando la prima radiografia ha evidenziato una macchia al polmone. Le cure le ho iniziate dal 1 aprile. Sia chiaro: non ho mai messo in bocca una sigaretta».

Quale l’impatto di questa diagnosi?
Non ne ho sofferto molto. D’altra parte ho sempre pensato di dover morire giovane. L’aspettativa di vita era di due mesi. E ogni volta, ad ogni ulteriore controllo, nulla mi viene garantito in termini di tempo. Le terapie vengono rimodulate sulla base delle risultanze della TAC, prima ogni due mesi ora ogni mese.
Ricordo che tre anni fa, a gennaio, ero convinto di non poter arrivare alla fine del nuovo anno. Il medico, interpellato in merito, mi ha semplicemente detto che ci avrebbe provato a farmi tagliare questo nuovo traguardo … nessuna certezza comunque.

Tosto il ragazzo. Come hai vissuto questi anni?
La chemio è impegnativa, con effetti collaterali importanti. Ultimamente mi ha bloccato le gambe, costringendomi ad una nuova rinuncia, la montagna … la mia passione di sempre! In questi anni la mia pazienza è stata messa duramente alla prova. Non solo ho dovuto fare i conti con il tumore e con le complicanze delle terapie, ma anche con altri assalti del male: una cataratta, un intervento al collo a
seguito di una caduta rovinosa dovuta a un breve mancamento, un blocco al coledoco, per cui sono diventato tutto giallo … e anche in quest’ultimo caso, risalente allo scorso anno, si è reso necessario un nuovo ingresso in sala operatoria. Devo però dire che non mi sono mai abbattuto. La sfida è sapersi riposizionare ogni volta, accettando limiti di vita e di azione sempre più stringenti, senza tuttavia rinunciare a mantenersi in qualche modo impegnati a fare qualcosa.

La fede ti ha aiutato?
In questi anni di malattia, dentro e fuori dagli ospedali, continuamente a contatto con malati di tutte le età, affetti per lo più da patologie gravi, mi sono convinto che esistono due categorie di persone: quelli che hanno paura di morire e quelli che questa paura non ce l’hanno. Non dipende dalla fede, ma è qualcosa che ha a che fare con la storia di ognuno. Allo IEO [Istituto Europeo di Oncologia, fondato a Milano da Umberto Veronesi] vedo bambini lottare in modo straordinario contro la malattia, incredibilmente forti, nonostante la tenera età. Non so se questa forza derivi loro dai genitori, dal modo in cui a loro volta affrontano la vita …
Io ho avvicinato credenti e non, e ho constatato che la paura della morte è trasversale.

Come ti poni nei confronti della morte? Penso che tu abbia imparato a farci i conti ogni santo giorno.
Io appartengo alla categoria di chi non ha paura di morire. Mi è capitato, per ben due volte, di fare un sogno molto particolare, direi qualcosa di simile ad una visione mistica: aleggio sopra la mia salma, contornata dai parenti tutti, vedo ogni cosa dall’alto, quando all’improvviso sono letteralmente aspirato entro una luce, un immenso spazio aperto … e poi una visione, una forte emozione e d’istinto dico Gesù, Gesù. E mi sveglio dal sonno … sereno, in pace con me stesso. Sono arrivato al punto di desiderare la fine, per trovarmi nuovamente immerso in questa pace, in questa serenità … specie nei momenti in cui le cure si fanno più pesanti. Mi spiace pensare di lasciare mia moglie, dopo 54 anni di vita assieme, ed i miei cari,  dall’affetto dei quali sono costantemente circondato e sostenuto.

Non mi sembri affatto pronto a “finire” – passami l’espressione – . Ti vedo ancora molto “in azione”, combattivo.
Ogni volta che incontri un nuovo limite cerchi di adattarti. Ad esempio una cosa che attualmente mi pesa è non poter più frequentare le riunioni, non poter incontrare le persone a motivo della caduta delle difese immunitarie. C’è poi il problema, comune ad ogni malato, del tempo libero. Io, grazie a Dio, ho l’hobby della scrittura, che mi tiene occupato. Vedo molti malati cadere in depressione non sapendo come impegnare il tempo. C’è però anche chi, come me, sa tenersi in attività, non importa di che tipo: un caro amico, cui non resta molto da vivere, ha comunque deciso di vivere fino in fondo il tempo che ancora gli è donato e di svolgere mille attività diverse … d’altra parte non ci si può sbattere davanti alla televisione. E nemmeno i libri possono essere una soluzione, perché la malattia spesso impedisce di mantenere a lungo l’attenzione.
È importante”fare”, “agire”;, sia pure nei limiti delle proprie possibilità.

Qual è il lascito di questi anni segnati dalla malattia?
Una scoperta che ho fatto durante queste anni riguarda il ruolo della fede. Anch’io ritenevo come i più tra noi che potesse essere di aiuto nella sopportazione del male. Devo invece dire che quando ho male, sto male e basta, fede sì fede no. Credo che la fede abbia piuttosto a che fare con il senso della vita. Cerco di spiegarmi: la malattia è malattia! È; una cosa fisica, non spirituale. La malattia ti assorbe, cerchi di affrontarla come meglio puoi, ma non puoi mettere in campo la fede solo perché sei malato. L’aspettativa è sbagliata. È la vita che ti chiama a mettere in gioco la fede. La malattia è un peso, una cosa che può capitare e che comunque sta dentro la vita, dove ognuno ha i suoi pesi da portare. C’è chi fa leva sulla propria fede per chiedere a Dio di liberarlo dalla malattia e se questo non accade se la prende con Dio. Io questo non lo capisco, vorrebbe dire fare di Dio una sorta di burattinaio, che deve muovere i fili della vita a nostro piacimento. La malattia fa parte dei difetti della natura, che segue il suo corso. Dio ha creato il mondo, gli ha dato delle leggi … con il peccato originale il male ha fatto il suo ingresso nel mondo, e con il
male le malattie, le disgrazie, le calamità naturali … Non possiamo pensare di vivere nel paradiso terrestre.

La fede comunque ha segnato la tua vita.
Certo, la fede è parte della mia vita, e non solo degli anni della malattia. Perché la fede dà un senso alla vita: se scopri un senso tutto è meno angoscioso, anche la malattia. Non ti piangi addosso, non ti senti un perseguitato … senti invece che ogni giorno devi fare i conti con la tua fragilità, con limitazioni sempre più
invadenti ed opprimenti. Sarà forse anche per questo che quando sei malato apprezzi molto di più la visita di un amico, di una persona disposta a fermarsi per fare due chiacchiere.È una felice distrazione. Fa bene sentire gli altri vicino, magari anche solo per mail o al telefono. Io trovo di conforto anche la visita del sacerdote che porta la comunione e che si intrattiene a conversare. Sono momenti particolarmente felici.

Fa strano sentirti parlare di felicità?
Il tema della felicità mi ha preso molto. La felicità del malato è un’esperienza di cui tratto spesso nei miei libri. Posso dire che la mia è una malattia fortunata perché non mi procura particolari dolori, per lo meno non in modo continuativo. Cosa puoi fare per chi è bloccato dal dolore, costantemente oppresso dalla sofferenza? Io ho avuto delle cefalee a grappolo: ne ero come paralizzato, impossibilitato a fare alcunché. In queste condizioni tutto si azzera. Chi ha malattie con dolori continui deve fare i conti con la disperazione.
È la cosa più difficile in assoluto!

A questo punto squilla il telefono, quasi a segnare come una sveglia che il tempo a nostra disposizione è scaduto.

Ciao Luciano, grazie per le tue parole, è stato un piacere!

testo raccolto da Filadelfo Aldo Ferri

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 01 dicembre 2018
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