Ousman. Il deserto, l’orrore e il naufragio

Ousman Ceesay ha compiuto 24 anni a Capodanno. Li ha festeggiati a Varese. Tre anni fa, è stato uno dei pochi a salvarsi dal naufragio di un gommone stracarico partito dalla Libia e affondato al largo di Siracusa

Generico 2018

Ousman Ceesay ha compiuto 24 anni a Capodanno. Li ha festeggiati a Varese. Tre anni fa, è stato uno dei pochi a salvarsi dal naufragio di un gommone stracarico partito dalla Libia e affondato al largo di Siracusa. Sessanta, settanta annegati – “chi può averli contati?” – tra loro l’amico con il quale aveva attraversato il deserto, dal Niger all’inferno. Ousman è nato in Gambia. Aveva 4 anni quando è rimasto orfano della madre, a sei del padre.

Uno zio si è preso cura di lui e della sorella, mandandoli a scuola, ma un giorno li ha abbandonati per emigrare in Mauritania, con i suoi cinque figli, senza mai farsi più sentire. A 17 anni, in cerca del necessario per mantenere sé e la sorella, si è trasferito nel vicino Senegal. Lavava auto, dormendo in una macchina. Dopo un mese, è ripartito, cercando ogni volta più in là l’opportunità di un futuro. Il Mali, il Burkina Faso, il Niger. “In Libia c’è lavoro, ci hanno detto”. L’odissea comincia da lì. L’aggancio dei trafficanti di esseri umani avviene in quel momento. Due-trecento dollari. Su un furgone Toyota li stivano in venticinque. Viaggiano nell’oceano di sabbia per una settimana. Senza mangiare, senza bere. Lungo la pista, cumuli di pietre.

“Fosse comuni, dove buttano i corpi di quelli che non ce la fanno. Perché qui fanno notizia i naufragi, gli annegati. Ma ne muoiono molti più lì nel deserto che nelle traversate in mare”. Il lavoro libico ricorda quello nei lager. Il primo step è lo smistamento. Chi padroneggia un qualche mestiere, da una parte. I privilegiati. Gli altri nel ghetto degli schiavi, spogliati di tutto, destinati allo smercio. “Sapevo cucire, mi hanno messo nell’area dei datori di lavoro. Un lavoro mai pagato, con umiliazioni di ogni genere, botte”. Ma è già un privilegiato. La condizione degli altri è da fame. Guai però a provare ad aiutarli: “Una volta che gli ho portato un sacco di riso, al ritorno mi sono preso una sberla in faccia e una pallottola nel piede. E nessuno me l’ha curato”. A volte, andava peggio: “Un altro mio amico del Gambia preso dalla paura, ha provato a scappare e gli hanno sparato. Ucciso”. I racconti dell’orrore degli scampati a questi lager libici, “meglio morire che tornarci”, per Ousman coincidono con ricordi personali che ancora oggi lo angosciano, a volte alle lacrime. Non ne parla volentieri, solo qualche tempo fa è riuscito a scriverne una pagina, in italiano, come un tema, ma si è fermato prima dell’imbarco sul gommone.

“Un giorno, dopo l’uccisione del mio amico, il datore mi ha detto che non poteva più garantirmi la sicurezza e che dovevo andare via. O tornavo indietro, ma per me era impossibile, il deserto significava la morte e poi dove sarei andato, oppure il mare. Non avevo scelta. Non ho pagato per imbarcarmi, mi hanno costretto a farlo, altri credo hanno pagato, ma non ho mai visto le somme che ho sentito dire, molto meno, qualche centinaio di dollari o di euro. Quello che hai, lo prendono già prima”. Il gommone si riempie in fretta, il carico umano supera il limite di sicurezza, ma gli scafisti spingono dentro con il calcio dei mitra quelli che esitano, “go to die, andate a morire, ci diceva uno”. E a morire sono andati davvero, come tanti altri. Un naufragio che sembra quasi programmato. Senza salvagenti, senza saper nuotare, madri con i bambini in braccio. “Il ragazzo che era venuto con me dal Gambia è caduto in acqua l’ho visto scivolare sotto il gommone e poi è sparito nell’acqua. Non ho mai trovato il coraggio di chiamare suo padre e dirgli cos’è successo”. Storie diventate ormai di ordinaria tragedia. Dallo sbarco a Siracusa, al volo a Malpensa. Da Malpensa a un alloggio temporaneo a Gavirate, al Lido. Poi, a Bobbiate, in un locale di una cooperativa sociale, insieme a una mezza dozzina di altri migranti. Ha studiato. Italiano, cucito, un corso di pelletteria a Milano.

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Ma il lavoro l’ha trovato da solo in un corriere di recapito postale, pacchetti, bollette energetiche. I giudizi internet su questa agenzia, per puntualità e precisione, non sono propriamente il massimo, con il 90% su 3mila di “scarso”, ma Ousman è considerato dai titolari tra i più bravi e gli hanno rinnovato il contratto per altri sei mesi. Gira con il motorino aziendale, ma intanto ha preso la patente. Fa anche volontariato, aiutando un’italiana disabile. E’ musulmano, crede in Dio, non beve alcolici, ma non è praticante, non frequenta moschee. Nella sua storia – non definiamola di successo ma almeno di integrazione, nell’attesa di un permesso di soggiorno definitivo – figura anche un’angela custode varesina. Che un giorno l’ha notato infreddolito e con l’aria smarrita davanti alla chiesa di Casbeno, poco dopo l’arrivo a Varese. Da allora, alla tavola di Mariuccia Chierico, assistente sociale nata a Inarzo nel 1930 (con lui nella foto), per lui c’è sempre pronto un piatto di pasta – che condisce con la maionese. Mariuccia è uno di quei personaggi della cui esistenza ci si sorprende sempre. Bassetti, Ignis, Lanificio di Somma, a occuparsi soprattutto dei dipendenti con handicap, fisici o psichici. Nel 1969 accompagna a Città del Capo, al Groote Schoor, a farla operare da Barnard, una bimba di Induno Olona, malata di “morbo blu”: non ne parla solo la cronaca varesina su un giornale sudafricano sorride in una foto mentre dona il sangue all’ospedale. E l’anno dopo, un altro viaggio della speranza con un bimbo, in Giappone.

“Il Centro femminile comunale due anni fa mi ha dato il premio ‘Bontà coraggiosa’, ma io non mi sento una donna coraggiosa, spero di essere buona, faccio del mio meglio, ma quale coraggio serve ad aiutare chi ha bisogno? Un piccolo aiuto, poi. Un piatto di pasta, a volte il divano per qualche notte, come di recente a un giovane scappato dalla guerra in Siria, o le spese del dentista per Ousman, ma tante volte basta una giacca a chi ha freddo, ma anche soltanto un saluto, uno scambio di parole, un sorriso”. Già, quale coraggio serve?

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Pubblicato il 23 gennaio 2019
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