«Lidia, vittima casuale di un predatore violento»

Nell’attesa della data per celebrare l’appello emerge la consulenza criminologica della difesa

Processo Lidia Macchi

Un uomo avvezzo alla violenza, un predatore che agiva in luoghi frequentati, di passaggio come un ospedale, o un’università, capace di scegliere la vittima e uccidere.

«L’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento. Chi uccise Lidia si organizzò per uccidere, condusse l’arma con sé e lasciò al caso la scelta della vittima. La casistica insegna, alcuni predatori sono abili manipolatori capaci di di conquistare la fiducia delle loro vittime. Il contesto in cui Lidia raccolse il suo assassino è la chiave: un ospedale, un luogo dove non è difficile muovere a compassione, è probabile che quello che si sarebbe rivelato poi il suo assassino l’abbia convinta ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere».

La consulenza di Ursula Franco, criminologa romana, non è mai entrata nel processo a Stefano Binda, condannato all’ergastolo lo scorso aprile per l’assassinio di Lidia Macchi, avvenuto 32 anni fa.

Almeno non nella sua interezza. Ma i contenuti di quello che a tutti gli effetti rappresenta uno spunto per sostenere le tesi della difesa, e di cui oggi si sta occupando anche la stampa locale, sono stati utilizzati in parte già nella fase dibattimentale.

Ed è probabile che saranno meglio esplicitati anche nelle udienze d’Appello, su cui si attende una data, «che ancora non c’è», come conferma Patrizia Esposito che insieme a Sergio Martelli assiste Binda, ora in carce a Busto Arsizio: «Per celebrare il processo d’appello i tempi tecnici consentono di arrivare a fine anno. Naturalmente noi confidiamo che questo avvenga prima».

Tornando alla criminologa, gli estremi di questa consulenza sono stati per sommi capi pubblicato nel blog della professionista da cui emerge che «l’ipotesi più probabile è che Lidia sia stata una vittima casuale di un predatore violento. Chi uccise Lidia si organizzò per uccidere, condusse l’arma con sé e lasciò al caso la scelta della vittima. La casistica insegna, alcuni predatori sono abili manipolatori capaci di di conquistare la fiducia delle loro vittime. Il contesto in cui Lidia raccolse il suo assassino è la chiave: un ospedale, un luogo dove non è difficile muovere a compassione, è probabile che quello che si sarebbe rivelato poi il suo assassino l’abbia convinta ad accompagnarlo da qualche parte, forse alla stazione di Cittiglio, che si trova poco distante dal bosco di Sass Pinin, luogo del ritrovamento del cadavere».

Secondo la criminologa Franco, poi, in questo processo c’è qualcuno che sa, e tace: «Sono tre le persone che potrebbero far scagionare Binda, l’assassino di Lidia, che però dopo 31 anni potrebbe pure essere passato a miglior vita; l’autore della poesia anonima “In morte di un’amica”, cui appartiene il Dna repertato nella colla della busta e un altro soggetto di sesso maschile che incontrò Lidia nel pomeriggio del giorno della sua morte tra le 17.00 e le 18.00; gli ultimi due, ritengo che fossero coetanei di Lidia e, se ci atteniamo alle tavole di mortalità, possiamo aspettarci che siano ancora in vita».

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Pubblicato il 06 febbraio 2019
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