Dalla scuola delle mogli alla scuola del pubblico
Ottimo spettacolo quello andato in scena per il secondo appuntamento della stagione di prosa del Comune, diretta da Andrea Chiodi ma riempiamo i teatri che ci sono prima di parlare di nuovi spazi
Bello andare a teatro a vedere un testo del 1662, «La scuola delle mogli» di Molière, che prende vita e parla con disinvoltura allo spettatore di oggi. Meno bello se si pensa che gli uomini aguzzini, arroganti e prepotenti, quelli che temono le donne istruite, libere e indipendenti, purtroppo esistono ancora. Il 12 novembre al Teatro Apollonio di Varese è andato in scena un ottimo spettacolo, secondo appuntamento della stagione di prosa del Comune diretta da Andrea Chiodi.
Asciutta e garbata la regia di Arturo Cirillo, padrone della scena con una inflessione leggermente partenopea e un piglio perfetto. Accanto a lui Valentina Picello, davvero notevole nella sua interpretazione di Agnese, di cui ha saputo restituire l’ingenuità, la stupidità, la sofferenza, il dolore e una rinnovata e finalmente cosciente gioia di vivere. Applausi anche ai comprimari: il giovane innamorato Rosario Giglio, che in un passaggio ha canticchiato «Figli delle stelle» rimarcando in qualche modo la freschezza della sua età, e i servitori arguti e ironici Marta Pizzigallo e Giacomo Vicentini.
Tra gli altri pregi della commedia, prodotta da Marche Teatro, Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile di Napoli, oltre alla recitazione e alla bella traduzione di Cesare Garboli, ci sono la scenografia e le musiche. Sul palco regna la grande struttura di una casa classica con il tetto a punta: se ne vede il retro durante gli incontri inconsapevoli tra Arnolfo e il suo giovane rivale, e poi, con un mezzo giro compiuto dagli attori stessi, se ne vede l’interno con la povera reclusa. Alcuni passaggi, ecco l’altro pregio, sono stati proposti con azioni molto efficaci, solo mimate e accompagnate dalla musica.
La storia raccontata è nota: un signorotto “compera” una bambina da una contadina e la cresce segregata, lontana dal mondo, tenendola nell’ignoranza e imponendole un massimario, per farne una moglie devota, che terrà gli occhi sempre bassi e non lo tradirà mai. Ma lei conosce un coetaneo e se ne innamora, ricambiata. Lui però, Orazio, figlio di un amico di Arnolfo, si confida con quest’ultimo senza sapere di avere di fronte proprio l’aguzzino. E così il gioco degli equivoci classico delle commedie antiche è fatto: funziona perfettamente e diverte ancora, lanciando anche spunti di riflessione. Come quando Agnese si rende conto della propria ignoranza e cerca il riscatto, aprendo uno scorcio di femminilità ancora attuale.
Ultima nota, doverosa, sul pubblico: l’Apollonio era pieno circa per metà. Dov’erano tutti quegli esperti di prosa che da anni spendono parole per avere una sala come, secondo loro, Varese meriterebbe? E che di recente hanno infuocato la discussione sul nuovo teatro della città, sul quale ognuno ha una sua teoria e una sua verità? Riempiamo i teatri che ci sono, che siano di mattoni o anche no, rispondiamo all’offerta quando è di qualità, come in questo caso, e creiamo una domanda forte, prima di parlare del Teatro.
Foto da https://www.marcheteatro.it/
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