Le tribune d’Italia sono il nuovo Far West

La rubrica di Daniele Cassioli - Da un brutto episodio di cronaca ai margini dello sport, si può prendere spunto per affrontare il problema dell'aggressività sugli spalti. "L'occhiata" della settimana è dedicata al tennis italiano

daniele cassioli

(d. f.) Una riflessione nata da un fatto di cronaca avvenuto nell’Alto Varesotto, quella che ci propone in questa puntata della sua rubrica il nostro Daniele Cassioli. Un fatto brutto, è evidente, ma che può avere anche risvolti di crescita, se sapremo – tutti noi – interpretarlo nel modo giusto: quello di partire da un esame di coscienza per rendere migliore il nostro comportamento sulle tribune di qualsiasi sport. A proposito di sport, giocato però: è tempo di Coppa Davis ed è tempo di bilanci. E quelli del tennis italiano non erano così buoni da una vita.

È di qualche giorno fa la notizia che, proprio nelle nostre zone, il papà di un ragazzino ha messo le mani addosso all’allenatore di suo figlio. In una palestra come tante altre andava in scena una partita di pallacanestro di bambini e il coach, stufo degli insulti rivolti all’arbitro, ha redarguito le persone sedute in tribuna tribuna. Questo sembra non essere andato giù a un papà che, al termine del match, ha aggredito negli spogliatoi il coach, fratturandogli il naso.

L’allenatore, attraverso le sue dichiarazioni (Varesenews è stato il primo giornale a riportarle, tra l’altro), dimostra di essere un uomo votato allo sport e dotato di grande maturità. Intanto, sui social ,è partito il “linciaggio” che tanto anima gli utenti del web.
Questo fatto è gravissimo. Un episodio da Paleolitico culturale. Sicuramente chi di dovere si occuperà di giudicare le scellerate azioni di questo padre. Intanto mi piacerebbe pensare che chi tanto critica a mezzo di post e commenti di fuoco non sia poi lo stesso che, quando va a vedere una partita, si trasforma all’improvviso nel giustiziere armato di clava.

CHI DI NOI SI FAREBBE INSULTARE? – Al di là di questo caso (limite?) gli spalti degli eventi sportivi, ad ogni livello, sembrano spesso un revival del Far West: insulti irripetibili all’arbitro o a chiunque capiti sotto tiro, parole e parolacce senza motivo e un sentimento di odio che non ha giustificazione.
“Non tutto il male viene per nuocere”. Se davvero vogliamo dare un valore a questo detto popolare occorre trovare un senso a questa vicenda, bisogna chiedersi cosa fare per evitare tali tipi di regressione, quando ci si siede in tribuna o in curva.
È giusto chiarire che fare l’arbitro è una dimostrazione d’amore per lo sport e, professionisti a parte, non c’è guadagno. Non so in quanti di noi, per due lire, si esporrebbero a insulti di ogni genere non per giocare una partita, bensì per arbitrarla. Si tratta di gente che lavora o di ragazzi che studiano e che scelgono di mettere a disposizione il weekend per garantire lo svolgimento dei campionati. E questo è il modo per dire loro grazie? Senza gli arbitri le partite non si giocano. È lì che vogliamo arrivare?

UN REGALO DA NON CALPESTARE – Lo stesso vale per gli allenatori dei settori giovanili delle squadre minori: sono ragazzi o adulti che mettono a disposizione il proprio tempo per allenare i giovani, i nostri figli. Non possiamo calpestare questo regalo e averne sempre la lamentela pronta: perché non fanno giocare nostro figlio o nostro nipote o perché lo mettono in una posizione che non ci sembra giusta per lui…
Non sto promuovendo un trattato di beatificazione di arbitri e allenatori. Sbaglieranno tecnicamente e umanamente anche loro, non lo metto in dubbio. Sono però sicuro che nel 99% dei casi gli errori sono in buona fede e quindi sono ingiusti gli attacchi di chi è lì a guardare. L’errore fa parte della natura umana e, oltretutto, in tantissimi casi non siamo di fronte a professionisti, bensì a gente comune che ha scelto di ridare qualcosa allo sport e ai giovani. Sono persone che fanno della passione il principale motore del loro agire. Una passione che con gli insulti e i lamenti inutili si spegne. Così poi non ci saranno più settori giovanili e partite nel girone provinciale. A quel punto saremo più contenti? Si parla di sport come modello educativo, ma le tribune popolate dai genitori come il padre di cui sopra che messaggio educativo danno ai nostri ragazzi?

PERCHÈ IN TRIBUNA CI SI TRASFORMA? – Un’altra questione sulla quale interrogarsi è: Perché in certi luoghi e in determinati momenti ci si trasforma in persone peggiori? Come se dentro al recinto degli spalti il buon senso non servisse più. Forse è il resto della vita che ci rende nervosi? Forse tutta quella rabbia che lasciamo uscire non è nata veramente perché non è stato fischiato un fallo alla squadra di mio figlio? Forse dire al capo che lo detesto è impossibile e allora risulta più comodo trasferire quel sentimento di frustrazione in contesti in cui l’impunità la fa da padrona?
Non è mia intenzione fare psicanalisi di gruppo e so bene che ognuno vive le proprie piccole grandi battaglie della quotidianità, però ho assistito a tantissime partite di basket dalla panchina, diverse partite di calcio dalle tribune e una discreta quantità di incontri dei settori giovanili in molte palestre del nostro territorio. Quasi tutti questi contesti sono intrisi di tensione ingiustificata, parole offensive e una carica di rabbia che non fa parte dello sport, ma fa parte di chi ce la porta.
Allora, dopo un fatto grave come quello con cui ho voluto aprire questa puntata della rubrica, più che correre a commentare e rimproverare il colpevole sui social, vale la pena farsi un profondo esame di coscienza e chiedersi: «Ma io come mi comporto quando vado a vedere mio figlio? Sono un buon esempio per i giovani, quando sono in tribuna per le partite della prima squadra?».
Forse allora anche un evento così assurdo acquisterà un senso.

nazionale italiana di tennis coppa davis 2019
L’Italia impegnata nella Coppa Davis di Madrid – foto Federtennis

UN’OCCHIATA A… un tennis italiano in ottima salute

«Berrettini alle finals di Londra. Un giovane come Sinner che vince il next gen di Milano e il buon Fognini che, colpi di testa a parte, dimostra spesso di avere un grande talento. Questi sono i nomi dei nostri connazionali che più spesso leggiamo ultimamente, ma la classifica dei primi 100 al mondo è ricca di Italiani, come mai prima d’ora».

Lo raccontavamo per il calcio femminile e vale sempre, in tutti gli sport. Avere dei campioni trascina il movimento, poter vantare dei giocatori forti nel nostro paese farà bene a tutto il tennis italiano.
Di motivi per sorridere ce ne sono tanti: Berrettini sta crescendo sempre di più e la costante presenza in tornei così importanti non può che fargli bene; Sinner è un giovane fortissimo, bravo ragazzo e sempre più consapevole dei propri mezzi.
A questo appello manca un po’ il panorama femminile che tanto ci ha dato nel recente passato con gli acuti della Schiavone al Roland Garros e la storica finale nostrana tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci agli US Open del 2017.

Se a questi risultati aggiungiamo il successo di ascolti della finale di Wimbledon tra Djokovic e Federer, nonché l’interesse crescente per gli Internazionali di Roma, si può davvero sperare in un’ulteriore passo avanti per il nostro tennis, a livello professionistico e nel numero dei praticanti. Io non lo vedo è vero, però a me ha sempre affascinato per la dinamica delle partite, per le interessantissime inerzie emotive che attraversano i giocatori durante gli incontri e per la profonda amicizia che lega tanti dei tennisti del circuito, pur essendo avversari in campo. Insomma, voi che potete pigliate una racchetta, correte a giocare!

Il sito ufficiale – Daniele Cassioli
Come siete strani voi che ci vedete
 – La rubrica di Daniele Cassioli per VareseNews

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Pubblicato il 20 novembre 2019
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