Essere donna, italiana e di colore: la testimonianza di Uma
Pubblichiamo la testimonianza di una 25enne di Varese, originaria dell'India e adottata da genitori italiani. Che continua a essere considerata diversamente dalle sue concittadine

Pubblichiamo la testimonianza di una 25enne di Varese, originaria dell’India e adottata da genitori italiani. Che come donna continua a essere considerata diversamente dai suoi coetanei uomini, e come donna di colore continua ad essere considerata diversa dalle sue concittadine “più chiare”
(NB.: La foto è del 2017: si tratta della cittadina di Mirandola che ha accolto il presidente Mattarella quando visitò il comune emiliano)
Gentile redazione di Varese News,
Sono una donna di 25 anni di Varese, originaria dell’India ma adottata quando avevo 3 anni, e sono quindi cresciuta qui, con genitori italiani, con la cultura italiana, con la mentalità italiana… Io sono italiana.
Faccio questa premessa perché vorrei raccontarvi di un’esperienza che ho vissuto due settimane fa, che mi ha portata a riflettere molto su cosa significhi essere donna ma soprattutto su cosa voglia dire crescere in una realtà nella quale le persone di colore vengono discriminate e prese di mira.
Sono uscita a passeggiare alla fine della pausa pranzo ai Giardini Estensi, per prendermi una pausa dal lavoro in smart working e per godermi il sole e la tranquillità che i giardini offrono durante i giorni feriali. Tuttavia, con mia grande sorpresa, ho constatato che i giardini erano gremiti di gente, ragazzi delle scuole superiori, anziani, adulti con le famiglie e anche giovani lavoratori come me che voleva godersi un po’ di tempo all’aria aperta. Un po’ timorosa di avvicinarmi troppo alle persone (soprattutto perché siamo ancora reduci da una pandemia su scala globale) mi sono sistemata la mascherina e ho proseguito la mia passeggiata.
Poco dopo, mentre passeggiavo tranquilla sul sentiero che da dietro la fontana porta alla parte alta dei giardini, ho avvertito la presenza di un uomo che aveva cominciato a seguirmi e che cercava di richiamare la mia attenzione chiamandomi a voce alta con nomi volgari. Ho avuto paura, mi si era gelato il sangue e mi sono guardata intorno per cercare di chiedere aiuto a qualcuno…ed è allora che ho visto un gruppo di amici seduti sull’erba che avevano visto tutto, ma che non mossero un dito. Avevo paura che se mi fossi messa a correre lui, anziché lasciar perdere, mi avrebbe raggiunta, essendo io la metà di lui. Ho continuato a camminare fino a quando ho visto una signora seduta da sola su una panchina con il cellulare in mano e mi sono messa di fianco a lei, fingendomi una sua conoscente. A quel punto l’uomo deve aver creduto che mi dovevo incontrare con un’amica, e si è allontanato. Ma io dovevo trovare un modo per andarmene dai giardini, temevo che lui potesse essere all’uscita ad aspettarmi…sono quindi riuscita ad aggregarmi ad un gruppo che stava scendendo, e quando sono arrivata vicino all’uscita sono corsa via fino a quando sono arrivata alla macchina. Una volta arrivata a casa ho potuto realizzare cosa mi era successo: sono stata molestata da un uomo in pieno giorno ai giardini estensi.
Ci ho riflettuto tanto e ne ho parlato con le persone più vicine a me: non ero l’unica ragazza che andava in giro da sola, avevo evitato apposta i sentieri ombreggiati preferendo quelli illuminati dalla luce del sole. Ero anche tra le poche ragazze “coperte”, cioè avevo pantaloni morbidi e lunghi, una camicia non scollata che mi copriva il fondoschiena, e c’erano moltissime altre ragazze vestite con abiti scollati o minigonne…ma quell’uomo ha scelto me. Ho capito che l’ha fatto perché le donne di colore vengono considerate “bersagli” facili perché tanto chi le ascolta? Forse sono stata “solo” sfortunata, è stata una fatalità che mi trovassi in quel dato momento e luogo, ma devo purtroppo ammettere che questa non è stata la prima volta in cui un uomo mi ha urlato “bella negretta” o “troia negra vieni qua”.
La cosa ancora più triste di tutta questa storia è che l’uomo che mi ha molestata era di colore…è una puntualizzazione triste, ma doverosa da fare. Ho iniziato a sentirmi proprio come il protagonista del film The Green Book quando dice “sono troppo nero per farmi rispettare dai bianchi e non sono abbastanza nero per farmi accettare dai neri”. Quindi io le capisco in parte le persone più o meno razziste…hanno solo paura dei neri come io ho avuto paura di quell’uomo. Perché per colpa di alcuni che hanno fatto cose brutte allora le persone hanno paura di tutte le persone di colore, ma poi ci sono individui come me o come tanti altri che non c’entrano nulla… Per questo reputo che sia importante non fare di un’erba un fascio, bisogna liberarsi degli stereotipi e cercare di avere una mentalità aperta, ma pur sempre vigile.
Quando ho spiegato la mia rabbia e la mia tristezza a mia madre lei mi ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere… Ha detto che mi ci devo abituare e che devo imparare a reagire, che la gente userà sempre il colore della mia pelle per discriminarmi, che mi è già successo un sacco di volte in passato e che la cosa non dovrebbe meravigliarmi. Le sue parole mi hanno fatto male perché sono vere. Mi è successo molte volte di sentirmi guardare con circospezione, di essere l’unica persona sul vagone del treno alla quale viene chiesto il controllo del biglietto, mi è persino capitato di non poter prendere un autobus e sentirmi dire da uno dei passeggeri che “i neri non dovrebbero prendere i mezzi pubblici coi bianchi” o non mi è stato permesso di sedermi perché “questo posto è riservato per il mio ombrello”. E questi sono solo alcuni degli esempi recenti.
Mia madre mi ha detto quelle cose perché vuole che io sia consapevole della realtà nella quale vivo, e la presa di coscienza è l’unico modo che ho per proteggermi. Ma è stato lì che ho capito che non posso più accettare questa situazione. Il punto è che ho subito per così tanto tempo il razzismo, le discriminazioni e quelle che vengono chiamate micro-aggressioni (che sono soprattutto verbali), che sono arrivata ad abituarmici: ho iniziato a credere che tutto questo fosse normale.
Ma non posso accettare di abituarmi ad una situazione del genere che mi fa sentire così impotente, triste e arrabbiata. Perché abituarmi significa accettare che accada e accettare significa che accadrà di nuovo e io subirò di nuovo, e questo non può essere vero nel 2020 in un Paese meraviglioso come l’Italia. Non importa quanto io mi senta italiana, quanto io abbia studiato per essere dove sono ora, per essere una persona rispettabile…il colore della mia pelle sarà sempre la prima cosa che qualcuno vedrà in me, e per questo motivo dovrò costantemente lavorare duro ogni giorno per integrarmi e farmi accettare dagli altri.
Ho riflettuto tanto sull’accaduto, purtroppo so che ci sono stati altri casi di molestie a Varese, è evidente che noi donne dobbiamo avere la consapevolezza di dover evitare determinate zone della nostra amata città, persino negli orari diurni e non solo di sera… Questa consapevolezza nasce dal fatto che abbiamo paura, ma mi chiedo quando arriverà il momento in cui noi donne (bianche, nere, marroncine, gialle…) potremo smettere di riflettere tre volte quando decidiamo che cosa indossare (“questa gonna è troppo corta?”, “questo vestito è troppo sensuale?”), e quando potremo prendere un treno in serenità o camminare tranquille nella nostra bellissima città.
Ho deciso di mandarvi questa lunga testimonianza perché spero che altre donne, come me, si sentano di condividere la loro esperienza, perché unite siamo più forti.
Vi ringrazio per la gentile attenzione e per il tempo a me dedicato.
Cordialmente,
Uma Ghelfi
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