I 5 motivi per cui l’offerta di Intesa non ha convinto Ubi Banca

Victor Massiah, amministratore delegato di Ubi Banca, spiega nel dettaglio gli elementi dell'Ops di Intesa Sanpaolo valutati negativamente dal cda

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Il consigliere delegato di Ubi Banca Victor Massiah spiega quali sono state le ragioni che hanno convinto il cda a rifiutare l‘offerta di pubblico scambio (Ops) lanciata da Intesa Sanpaolo il 17 febbraio scorso  , lo stesso giorno in cui Massiah presentava il piano industriale alla stampa e agli investitori. Con l’approvazione da parte della Consob si è avviata l’offerta promossa da Intesa Sanpaolo e rivolta direttamente a tutti gli azionisti di Ubi Banca.

Dottor Massiah, qual è l’opinione del consiglio di amministrazione di Ubi Banca sull’offerta di Banca Intesa e perché è stata respinta?
«Il consiglio ha analizzato in maniera oggettiva e su basi quantitative l’offerta di Intesa e ha, sulla base di un’analisi quantitativa e logica, individuato cinque motivi per cui l’offerta non appare congrua. Innanzitutto come primo motivo c’è la caratteristica dell’offerta, è solo uno scambio di carta con carta senza componente monetaria e questo inevitabilmente lascia sugli azionisti di Ubi che dovessero consegnare i titoli il rischio di implementazione. In secondo luogo anche traducendo in termini monetari il valore dell’offerta, questa non appare coerente con il valore intrinseco di Ubi, anche in termini di moltiplicatori. Il terzo motivo è che proprio perché il moltiplicatore di Ubi è a un valore inferiore al moltiplicatore di Intesa e questo è sostanzialmente influenzato da una politica di Intesa che è sempre stata più generosa in termini di dividendi, il potenziale di crescita delle azioni UBI confronto a quello di Intesa è maggiore dal momento in cui, come è stato precedentemente presentato nell’aggiornamento di piano, la politica di Ubi sui dividendi può essere fortemente modificata in termini più generosi verso gli azionisti stessi. La quarta è che la stessa Intesa nei suoi documenti di presentazione dell’Offerta rappresenta come alti sia i rischi implementativi dell’operazione sia le potenzialità di raggiungimento di obiettivi economici che si è data. Infine, l’ultimo riguarda la componente non direttamente di azionisti ma di stakeholders che operano nella comunità economica di riferimento, che evidentemente da un’operazione di concentrazione che diminuisce significativamente il livello di competizione sul mercato, come per altro rappresentato dallo stesso Antitrust, rappresenta evidentemente per loro un elemento negativo.

Dottor Massiah, avete incrementato la guidance sui dividendi che ora è paragonabile a quella di Intesa, quali sono i fondamentali di questa promessa agli azionisti di UBI?
«Sono diverse le componenti che ci hanno permesso di aumentare i dividendi, innanzitutto l’assorbimento delle conseguenze del Covid19 impatta sicuramente la banca in termini di redditività ma non in maniera così significativa come ci si sarebbe potuti aspettare inizialmente. Questo perché c’è un’importante tenuta della componente ricavi e c’è un’importante tenuta della componente costi. La componente costo del credito viene sicuramente ad appesantire il conto economico ma non in maniera tale da ridurre in maniera così significativa la redditività, tant’è che come conseguenza finale di quello che è l’impatto sul return on tangible equity è di circa un punto in meno, dall’8 al 7 per cento. Allo stesso tempo, come potete ricordare, nel piano precedente, avevamo sostanzialmente rappresentato che esistevano dei valori intrinsechi all’interno della componente della nostra banca che non erano valorizzati, erano dei nostri “tesori nascosti”. Questi “tesori nascosti” vengono, in parte, valorizzati in questo piano; il loro contributo è evidentemente importante per diverse centinaia di milioni e permette di liberare evidentemente maggiore profittabilità. In ultimo, c’è una componente di liberazione di utilizzo del capitale. Perché? Perché anche qui ci sono differenti componenti. C’è la componente relativa alle modifiche che la normativa ha attivato in questo periodo posponenedo di un anno alcuni impatti di Basilea 3 e allo stesso tempo alleggerendo in parte delle componenti di consumo di capitale su alcuni prodotti; c’è la componente relativa agli schemi di garanzia che vengono dallo Stato, intendo i provvedimenti dal 100% dei crediti fino a 25mila euro al 70-80% sulla legge 662 e la componente Sace. Tutto questo insieme permette di avere dei coefficienti patrimoniali durante tutto il periodo di piano più elevati di quelli attesi e pur mantenendo la politica di prudenza che prevediamo di avere, e quindi mai andando sotto un Cet1 inferiore al 12,5%, liberiamo capitale in eccesso per un ammontare complessivo di monte dividendi disponibile fino a circa 840 milioni».

Lei ha frequentemente parlato di UBI Banca quale potenziale aggregatore per la costituzione di un terzo polo bancario in Italia. Perché questa strategia non è ancora stata messa in atto e questa aggregazione non è stata realizzata?
«Come tutti sanno negli scorsi anni abbiamo più volte avuto delle conversazioni con altre banche. L’ultima conversazione era in corso proprio con Bper, seppur a livello di verifica di fattibilità quindi non ancora a un livello ufficiale, ma era sostanzialmente abbastanza avanzata quando poi è arrivata l’offerta a cui la stessa Bper partecipa, capitanata da Intesa. Devo dirvi che questa volontà rimane invariata; anzi, in qualche modo, la convinzione di dover fare un’operazione straordinaria si è maggiormente rafforzata sulla base dell’offerta in corso e, nell’ipotesi che la Banca resterà indipendente alla fine dell’Ops, vi posso dire che c’è un’indicazione del Board ad accelerare le verifiche di fattibilità per poter riuscire a realizzare un’operazione che modifichi la nostra dimensione e la nostra capacità di leadership nel mercato».

Concludendo, qual è il suo messaggio agli azionisti di UBI Banca?
«È un messaggio molto semplice. Dopo un iter che è durato più di quattro mesi, siamo al momento della decisione. Intesa ha prodotto le sue informazioni, nel prospetto e nel documento di registrazione, il consiglio di amministrazione di Ubi ha prodotto la sua opinione, con una serie di dati a supporto. Tutto questo è a disposizione degli azionisti e, come è giusto, è arrivato il loro momento. E’ una decisione di mercato, da prendere con piena consapevolezza di tutte quelle che sono le conseguenze, sia finanziarie che non finanziarie. Noi abbiamo sempre creduto nel libero mercato e crediamo che anche questa volta il mercato, e quindi gli azionisti, sapranno fare la scelta migliore».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 11 luglio 2020
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