Niente sconto di pena per il rapinatore che colpì anche a Varese
Attivo nel ramo delle rapine da fine anni Novanta, l'uomo era tossicodipendente. La Cassazione ha respinto il suo nuovo ricorso e confermato i 18 anni di condanna complessiva
Ha colpito in mezza Italia e dovrà restare in carcere: la Cassazione ha respinto il ricorso di un uomo della Ciociaria, oggi 62enne, che ha all’attivo vent’anni di rapine, dal Lazio alla Toscana, fino al Nord Italia, con un episodio anche a Varese.
In totale l’uomo deve scontare un totale di pena pari a 18 anni di reclusione, per associazione a delinquere, rapine aggravate plurime e diversi reati contro il patrimonio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il suo ricorso, con il quale chiedeva alcuni benefici di legge.
In Toscana, intorno al 2000, aveva assaltato uffici postali e banche a mano armata, con la sua banda. Tra i colpi quello all’ufficio postale di Monsummano Terme, in provincia di Pistoia; la Cassa di risparmio di Firenze; l’ufficio postale di Lucca e la Banca Toscana di Lucca.
Un paio di anni dopo l’uomo, allora 43enne, si era trasferito in Versilia, per le vacanze estive, dove a detta dei giudici aveva messo a segno altri cinque colpi in altrettanti istituti di credito, a Carrara, Pietrasanta, Marina di Massa, spalleggiato dalla famiglia (con la moglie incinta che evitò solo per questo il carcere).
Undici anni fa era tornato in azione nel Lazio, con rapine e tentate rapine tra Velletri e Paliano, nei dintorni di Latina e in provincia di Frosinone.
Una lunga carriera criminale “sintetizzata” – per così dire – dai diciotto anni di condanne complessive cumulate: ne deve scontare ancora cinque ed è tornato in carcere a Frosinone nel 2020 (prima era domiciliari, per ragioni di salute).
I difensori avevano puntato sulla continuazione, vale a dire sul dimostrare che i diversi episodi fossero parte di un’unica serie, condizionata dalla grave tossicodipendenza.
Ragionamento respinto dai giudici: “Perché possa configurarsi la continuazione è necessaria la prova che i reati siano stati concepiti e portati ad esecuzione nell’ambito di un unico programma criminoso, che non va confuso con la sussistenza di una concezione di vita improntata al crimine e dipendente dagli illeciti guadagni che da esso possono scaturire”. A nulla è valso anche il ragionamento difensivo dei suoi legali che chiedevano pure il riconoscimento dello stato di tossicodipendenza estremo, all’epoca dei fatti, da parte dell’uomo, per giustificare le numerose rapine compiute, commesse in stato alterato, per sostenere la richiesta di alcuni benefici.
Ma “la corte ha ritenuto correttamente scrutinato il profilo della possibile incidenza della condizione di tossicodipendenza ai fini della ravvisabilità del medesimo disegno criminoso, reputando il discorso giustificativo utilizzato sul punto, coerente con i parametri elaborati dalla giurisprudenza giacché la consumazione di più reati in relazione allo stato di tossicodipendenza non è condizione necessaria o sufficiente ai fini del riconoscimento della continuazione in carenza di ulteriori elementi concordanti, piuttosto costituendone un indice rivelatore che deve formare specifico esame da parte del giudice dell’esecuzione”.
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