“Non chiedo pietà ma verità: il carcere dovrebbe ridare dignità e futuro, non toglierli”

Le riflessioni di Paolo, in carcere per due anni: sovraffollamento, isolamento e diritti negati in un sistema che invece di rieducare finisce per spegnere le persone

Generico 15 Sep 2025

Avevo da poco compiuto 58 anni quando sono entrato per la prima volta in carcere. Credevo di avere molta esperienza della vita, ma li dentro ho scoperto un mondo parallelo che non avrei mai potuto immaginare. Il rumore delle sbarre che si chiudono alle spalle è qualcosa che non si dimentica: in quell’istante ti rendi conto che non appartieni più al mondo che conoscevi. Ricordo la prima notte come un incubo surreale. Eravamo in troppi in pochi metri quadrati, stipati come oggetti senza valore. Il sovraffollamento non è una statistica: è un corpo che ti toglie lo spazio, un odore che ti soffoca, un continuo rumore che non ti lascia respirare , desideri solo un po’ di silenzio che non arriva mai. E’ la perdita della dignità più elementare.

L’isolamento dal mondo esterno è una tortura silenziosa. Ogni telefonata mancata diventa una ferita, ogni colloquio troppo breve lascia dentro un vuoto ancora più grande. Ti senti inutile e dimenticato, come se fuori la tua vita fosse stata cancellata. La violenza peggiore non è quella dei gesti, ma quella invisibile: le parole dette con disprezzo, le regole arbitrarie, lo sguardo che ti fa sentire un numero. Giorno dopo giorno ti logora dentro, ti spegne piano.

Eppure la legge dice un’altra cosa. Parla di rieducazione, di studio, di lavoro, di tutela della salute. Nella realtà, quelle promesse restano sospese, quasi mai rispettate. Ti accorgi che i diritti diventano concessioni e che tutto quello che dovrebbe aiutarti a ricostruire te stesso è invece negato o reso difficile.

Ho imparato che il carcere non è un luogo dove si cambia, ma un luogo che rischia di spegnerti. Questa esperienza mi ha lasciato un ferita che porterò dentro per sempre perché non riguarda solo me o chi è detenuto ma riguarda tutti noi. Un Paese che accetta un carcere così, accetta di distruggere invece di ricostruire.

Scrivo perché il silenzio è complice. Raccontare serve a rompere l’indifferenza. Non chiedo pietà ma verità: il carcere dovrebbe ridare dignità e futuro, non toglierli.

Paolo Asperi

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Pubblicato il 16 Settembre 2025
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