Due fascicoli aperti a Varese e Modena per la fuga di Elia Del Grande, si valutano le posizioni dei complici
La "procurata inosservanza di misure di sicurezza detentive" per la legge italiana è un reato: chi aiuta o nasconde il ricercato rischia fino a due anni di carcere
Chi ha aiutato Elia del Grande nella sua fuga dalla struttura di Castelfranco Emilia il 30 ottobre scorso? E chi gli ha dato assistenza nei 13 giorni di fuga passati certamente in parte negli immobili a sua disposizione e in parte all’addiaccio, ma forse anche da altri soggetti suoi conoscenti?
Se lo chiedono gli inquirenti che hanno difatti sul punto aperto ben due fascicoli d’indagine, per il momento contro ignoti, a Modena e alla Procura di Varese con l’ipotesi di reato prevista dall’articolo 391 del codice penale che prevede per “chiunque procura o agevola l’evasione di una persona sottoposta a misura di sicurezza detentiva, ovvero nasconde l’evaso o comunque lo favorisce nel sottrarsi alle ricerche dell’autorità”, la “reclusione fino a due anni“.
A tale proposito ambienti investigativi parlano di “posizioni al vaglio”. cioè la necessità di ricostruire, come aveva in mattinata già specificato il sindaco di Cadrezzate con Osmate, quelle “rete di conoscenze” che Del Grande aveva coltivato, vuoi per la lunga permanenza in carcere che lo ha certamente messo a contatto con compagni di cella o di detenzione che una volta usciti potrebbero aver mantenuto i contatti, vuoi per il tessuto sociale di un paese piccolo dove anche trent’anni passati lontani non cancellano amicizie, vecchie frequentazioni o altro. Elementi, anche di natura affettiva, che potrebbero aver favorito quella che impropriamente e per brevità giornalista può chiamarsi evasione.
Tutte tessere di un mosaico che appunto, su coordinamento delle Procure, dovrà ricostruirsi facendo combaciare gli elementi in mano a chi segue le indagini. Sarà necessario sapere chi ha assistito Del Grande una volta calatosi dalle mura di cinta della casa lavoro: aveva spiegato alle Iene che quella sera, complice la pioggia, aveva messo a segno la fuga legando alcuni cavi elettrici e che «sì», dopo essermi allontanato «mi ha aiutato un tassista», negando peraltro coinvolgimenti con terze persone: primo elemento da verificare.
Poi non è chiaro quale sia stato il mezzo impiegato per muoversi, se non altro per attraversare le centinaia di chilometri che separano il Modenese col Varesotto. E poi qui, una volta tornato a casa, nella zona che ben conosceva, ricostruire (o palesare, qualora tale ricostruzione fosse già nelle mani dell’Arma), quanto avvenuto nei giorni della fuga.
Elia Del Grande: “Io trattato peggio di un detenuto, ecco perché sono scappato dalla casa lavoro”
Tecnicamente Elia Del Grande non si trova in stato di arresto, condizione in cui non si trovava neppure nella serata di mercoledì in mano ai carabinieri: in questi casi, senza sfociare negli inutili tecnicismi, di una «tappa intermedia di un trasferimento coatto», cioè il tragitto che l’ha portato prima in carcere ai Miogni, poi con ogni probabilità verso la medesima struttura da cui si era allontanato, o comunque a disposizione della decisione che prenderà o ha preso il magistrato di Sorveglianza di Modena.
Cosa succederà ora a Elia? Lo dice sempre la legge: “Nel caso in cui la persona sottoposta a misura di sicurezza detentiva si sottrae volontariamente alla esecuzione di essa, ricomincia a decorrere il periodo minimo di durata della misura di sicurezza dal giorno in cui a questa è data nuovamente esecuzione“. Riparte dunque tutto daccapo, cioè scattano da oggi i sei mesi per il completamento della misura di sicurezza della “Casa lavoro” la cui idoneità per mitigare la pericolosità sociale dovrà venir valutata dopo questo periodo dal magistrato di Sorveglianza.
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