L’oro dell’IA nel deserto americano: cosa ci insegna il Nevada e cosa succede a Brunello
La riflessione di Giuseppe Geneletti sullo sviluppo senza regole dell'AI nel deserto americano e sull'esempio virtuoso del datacenter di Elmec in provincia di Varese ma anche sul bisogno di giornalismo indipendente
Negli anni Novanta vivevo negli Stati Uniti. Un giorno mi arrivò una telefonata da un caro amico in Italia: mi chiedeva di informarmi su come organizzare un matrimonio a Las Vegas. Non voleva sposarsi in Italia, con tutto il corredo di cerimonie, costi, vincoli e conseguenze legali della nostra legislazione. Voleva accontentare la sua compagna, che teneva molto all’idea del matrimonio, ma senza il peso della legge addosso. Un rito sì, ma “leggero”, quasi revocabile. Alla fine non se ne fece niente, ma quella richiesta dice molto di che cosa rappresenti, da decenni, il Nevada nell’immaginario collettivo.
È sempre stato uno Stato di eccezioni: il luogo dei matrimoni lampo e dei divorzi rapidi, dove per gran parte del Novecento si poteva sposarsi senza periodi di attesa e sciogliere un’unione dopo poche settimane di residenza, mentre altri Stati imponevano tempi lunghi e requisiti rigidi. È la terra che legalizza il gioco d’azzardo quando altrove è ancora proibito, che costruisce la sua economia su casinò aperti tutta la notte e su un turismo attratto anche dalla promessa di “aggirare” le regole ordinarie.
Ma il Nevada è anche, letteralmente, il posto dei segreti. Nel suo deserto si estende il Nevada Test and Training Range, dentro il quale si trova Area 51, base aeronautica altamente classificata, per decenni ufficialmente inesistente, dove gli Stati Uniti hanno testato aerei spia e tecnologie militari d’avanguardia dietro un muro di silenzio, recinzioni e spazio aereo proibito.
Il Nevada è da sempre un laboratorio di eccezioni, il luogo dove si sperimenta ciò che altrove sarebbe troppo controverso. Che oggi questo stesso deserto diventi il cuore fisico dell’intelligenza artificiale globale non è una coincidenza: è la continuità di una storia, in cui ai tavoli verdi e agli hangar segreti si aggiungono ora i capannoni dei datacenter.
L’inchiesta firmata da Dara Kerr per The Guardian il 4 dicembre 2025 descrive una trasformazione impressionante in un luogo che, a prima vista, sembra deserto e immobile: le colline brulle tra polvere, cespugli di sagebrush e vecchie linee dell’alta tensione. Ma dietro quelle creste c’è, come scrive il quotidiano inglese, “uno dei più grandi cantieri di datacenter al mondo”, una città industriale nascosta che cresce senza sosta.
Il suo nome è Tahoe-Reno Industrial Center. Il Guardian lo definisce “un’area più grande delle città di Denver”, cioè oltre 414 km²: più del doppio di Milano, quanto l’intera distanza tra Saronno e Luino. In quell’area sterminata sorgono il più grande datacenter degli Stati Uniti, costruito da Switch, e i cantieri di Google, Microsoft, Amazon, Meta, Apple e Tesla. È un nuovo West, non più di minatori ma di server, ingegneri e investitori (e muratori, elettricisti, idraulici, “le professioni del futuro”).
Il parallelo con il passato è inevitabile. Nella metà dell’Ottocento, queste stesse valli erano il cuore della corsa all’oro. Oggi la “polvere d’oro” si chiama intelligenza artificiale, e la ricchezza è generata da milioni di chip che girano dentro capannoni lunghi come aeroporti.
L’IA, però, non è un’entità astratta. È materiale, molto materiale. Il Guardian ricorda che una singola richiesta a ChatGPT richiede “circa 10 volte l’elettricità di una richiesta di ricerca su internet che non usa IA”. Per reggere le nuove piattaforme servono edifici che consumano quanto intere città: il principale datacenter di Switch, ad esempio, assorbe 130 megawatt, equivalenti al fabbisogno di circa 100.000 abitazioni americane.
L’altra grande risorsa necessaria è l’acqua. Un datacenter può utilizzare circa 3.785 metri cubi al giorno, quasi due piscine olimpioniche. Negli Stati Uniti, il consumo idrico annuale del settore supera 17 miliardi di galloni, triplicati nel giro di un decennio. Tutto questo avviene in un luogo dove piove meno che in molte regioni del Nord Africa e dove, come avverte il presidente dei Pyramid Lake Paiute, “In Nevada le richieste d’uso delle risorse idriche naturali sono già molto superiori alle disponibilità”.
È facile comprendere le preoccupazioni delle comunità native, che vivono attorno al lago Pyramid e dipendono dal flusso del Truckee River. Una parte dell’inchiesta è dedicata al timore che, come accaduto a Lake Winnemucca, un bacino un tempo pieno, oggi ridotto a una macchia bianca sulla mappa, anche le risorse attuali possano esaurirsi.
Quando i giornalisti provano a osservare da vicino i cantieri, vengono spesso allontanati da strade che sembrano pubbliche ma non lo sono, con guardie che sorvegliano da dietro occhiali smart accesi. È una scena eloquente: un futuro che promette trasparenza digitale ma che cresce dietro cancelli e badge.
Il significato profondo di ciò che accade. La vicenda del Nevada, al di là delle sue dimensioni spettacolari, rivela qualcosa che riguarda tutti noi: l’innovazione digitale non è immateriale. L’IA, con la sua aura di software e linguaggio, è in realtà una delle industrie fisicamente più esigenti del nostro tempo. Richiede suolo, acqua ed energia come l’industria pesante del secolo scorso, ma accelerata da capitali che si muovono più rapidamente delle regole.
Se sposto lo sguardo sul mio uso personale, la scala cambia. Da quando è esplosa l’IA generativa, uso ChatGPT più o meno tre volte al giorno. Gli studi disponibili suggeriscono che ogni richiesta consuma una quantità di elettricità e acqua minima rispetto alla mia vita quotidiana: una frazione del mio consumo elettrico domestico, poche gocce nel mio uso idrico giornaliero. Se guardo solo la mia impronta individuale, l’effetto sembra quasi irrilevante.
Il quadro diventa diverso se immagino miliardi di persone che fanno lo stesso gesto. In uno scenario teorico in cui l’umanità intera usasse l’AI con quella stessa frequenza, arriveremmo a consumi paragonabili, in un anno, a quelli elettrici di un Paese europeo di medie dimensioni. Non è l’apocalisse energetica, non è il mostro che si “mangia il pianeta”. Ma non va nemmeno ignorato.
Il punto vero non è tanto quanto consuma l’intelligenza artificiale in assoluto, ma dove, quanto in fretta e con quali regole. In luoghi come il Nevada, o come l’Irlanda per l’Europa, la concentrazione di datacenter significa mettere sotto pressione reti elettriche e risorse idriche già fragili. A livello globale la percentuale sembra piccola; a livello locale può fare la differenza tra una rete che regge e una che va in crisi, tra un lago che resiste e uno che si prosciuga.
C’è poi un’altra domanda, più scomoda e più politica: per cosa stiamo usando tutta questa infrastruttura? Se l’IA servirà anche a rendere più efficienti i trasporti, le filiere industriali, le reti elettriche, la sanità, allora quella quota extra di consumi potrà essere “buon investimento” in termini ambientali e sociali. Se invece servirà solo ad amplificare modelli di consumo superficiale o speculazioni da casinò, torneremo al Nevada dei cowboys: pochi che vincono molto, molti che pagano il conto.
Il Guardian parla di un boom spinto da “centinaia di miliardi di dollari di capitali degli investitori privati”, e la sensazione è quella di una corsa in cui il ritmo dell’innovazione supera quello della democrazia. Non è un’accusa, né un allarme ideologico: è un fatto. Il rischio non è che l’IA esista, ma che cresca troppo in fretta per essere gestita, troppo lontano per essere discussa e troppo opaca per essere compresa. Questa consapevolezza dovrebbe guidare il dibattito pubblico: più velocità non significa automaticamente più progresso. Ciò che vediamo nel Nevada è una metafora potente di un capitalismo da cowboys che monta a cavallo dell’intelligenza artificiale. Un futuro che dobbiamo governare, non solo subire.
L’alternativa europea e il caso virtuoso di Brunello. Non possiamo, e non vogliamo, rinunciare ai servizi che usiamo ogni giorno: ChatGPT, Amazon, i cloud globali. Ma possiamo scegliere come costruire in Europa un modello diverso da quello di un deserto trasformato in fabbrica tecnologica.
L’Europa ha norme ambientali più rigorose, un approccio più prudente nell’uso del suolo e una maggiore attenzione alla trasparenza. Può creare datacenter più piccoli, distribuiti, integrati nei territori, alimentati da fonti rinnovabili e con sistemi di recupero del calore che oggi alcuni Paesi nordici già utilizzano.
Un esempio interessante, vicino a noi, è il datacenter Elmec di Brunello, in provincia di Varese: una struttura progettata con criteri di efficienza energetica avanzata, alimentata da rinnovabili e dotata di sistemi di free cooling che riducono drasticamente l’uso di acqua e l’impatto ambientale. Il suo PUE (Power Usage Effectiveness), uno degli indicatori di efficienza energetica fondamentali del settore, rientra stabilmente tra i più virtuosi della categoria.
È una scala più compatta rispetto ai giganti americani, ma rappresenta un modello europeo: qualità più che quantità, integrazione più che espansione, sostenibilità più che corsa agli ettari. È la dimostrazione che si può fare “IA fisica” anche senza trasformare ogni territorio in una versione aggiornata del Far West.
Perché abbiamo bisogno di giornalismo indipendente. Se oggi possiamo discutere di tutto questo, è perché un quotidiano ha deciso di andare a vedere cosa accade davvero dietro alle recinzioni del Nevada. Il Guardian ha inviato reporter, fotografi, esperti; ha parlato con le comunità native, con gli sviluppatori, con gli operatori; ha percorso quelle strade semi-private dove anche solo fermarsi può generare sospetto.
Senza giornalismo indipendente, gran parte di ciò che determina il nostro futuro resterebbe invisibile. Ogni società ha bisogno di racconti che non siano sponsorizzati, di occhi che guardino dove non siamo abituati a guardare. È un compito difficile ma fondamentale: informare non su ciò che accade solo sullo schermo, ma su ciò che accade dietro lo schermo.
L’intelligenza artificiale è una straordinaria opportunità economica, culturale e scientifica. Ma è anche un sistema industriale che deve essere governato con responsabilità. Il Nevada ci mostra cosa accade quando l’innovazione corre più veloce delle regole: si possono creare meraviglie ingegneristiche e al tempo stesso ombre ambientali e sociali. L’Europa ha la possibilità, forse unica, di scegliere una strada diversa, più equilibrata, più trasparente, più sostenibile. Da Varese al Nevada, il filo è lo stesso: capire cosa c’è dietro lo schermo per decidere che tipo di futuro vogliamo costruire.
E per farlo, la prima condizione è sapere. Sapere davvero. Solo così il futuro può essere una scelta e non soltanto una conseguenza.
LA LUCE, QUANDO DORME
La luce,
quando dorme,
sogna.
Quando rallenta,
arriva in fondo.
Se si stanca,
ferma tutto.
Alza i mondi,
solca i mari.
La incontri… e non vedi più.
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