L’Ode alla Gioia, come nasce una melodia pop
Un viaggio lungo oltre 200 anni in un'unica serata a cura di Dario Monticelli per scoprire la storia e l'influenza della più celebre composizione di Ludwig van Beethoven
Venerdì 20 febbraio Materia, la sede di VareseNews a Castronno, si è riempita ancora una volta di appassionati per il terzo appuntamento di “Racconti Sonori”. Protagonista della serata, l’“Ode alla Gioia” di Beethoven, raccontata e “smontata” con passione e rigore da Dario Monticelli, fondatore di Officine Musicali.
Ad aprire l’incontro è stato Marco Tresca, giornalista di VareseNews, che ha sottolineato come, di appuntamento in appuntamento, il pubblico dedicato alla musica classica stia crescendo. «È bello vedervi sempre più numerosi – ha detto – questo ci dà la voglia di pensare a un possibile quarto incontro».

Un “monumento” della musica
«Questa sera parliamo di un monumento della musica, patrimonio mondiale» ha esordito Monticelli. Ingegnere gestionale nella vita professionale, da vent’anni anima Officine Musicali, associazione nata nell’area di Saronno con l’obiettivo di divulgare la grande musica.
L’attenzione non si è concentrata sull’intera Nona Sinfonia, ma sull’ultimo movimento, quello che accoglie l’“Ode alla Gioia”. Con l’aiuto di immagini, ascolti e partiture proiettate sul grande schermo, Monticelli ha ricostruito il contesto storico della prima esecuzione del 7 maggio 1824 a Vienna: un’Europa uscita dalle guerre napoleoniche, immersa nella Restaurazione, dove inserire un testo che parla di fratellanza universale e libertà aveva anche un significato politico.
La scelta “rivoluzionaria” di Beethoven
La grande novità della Nona è nota: per la prima volta in una sinfonia entrano le voci. «La musica rompe – ha ricordato Monticelli – o meglio, il testo cantato rompe dentro la musica sinfonica».
Il testo scelto da Beethoven non è casuale. L’ode di Friedrich Schiller, scritta nel 1785, celebra la gioia come «scintilla divina», come forza capace di unire gli uomini oltre le divisioni sociali. Non un semplice inno festoso, ma una visione alta e quasi filosofica: la gioia come tensione verso la libertà e la fraternità.
Monticelli ha ricostruito anche il lungo rapporto di Beethoven con quel testo, coltivato per oltre trent’anni prima di trovare la forma definitiva nella Nona. «L’istinto di mettere in musica quell’ode lo accompagna per tutta la vita» ha spiegato, mostrando frammenti musicali precedenti e passaggi di opere in cui il tema della gioia già affiora.
Un messaggio che attraversa i secoli
Ampio spazio è stato dedicato anche al contesto culturale dell’epoca: l’Illuminismo, la Rivoluzione francese, il dibattito sulla libertà. Monticelli ha ricordato come l’Ode alla Gioia sia stata letta nel tempo anche come un inno alla libertà, sottolineando la vicinanza linguistica tra “Freude” (gioia) e “Freiheit” (libertà).
Non è mancato un passaggio sull’attualità del brano, oggi inno dell’Unione Europea. Un simbolo che continua a parlare di unità e fratellanza, a duecento anni dalla prima esecuzione.
Una lezione-concerto tra racconto e ascolto
La conferenza è stata un vero viaggio musicale: dall’analisi dei primi tre movimenti della Nona fino all’ingresso del coro nel finale, spiegato come una scelta drammaturgica geniale. Beethoven fa “parlare” prima l’orchestra, come in un recitativo strumentale, e solo dopo introduce la voce umana.
Monticelli ha guidato il pubblico nell’ascolto dei passaggi chiave, mostrando come il celebre tema sia costruito su una linea semplice, cantabile, quasi popolare.
Il pubblico ha seguito con attenzione per oltre due ore, tra ascolti, citazioni storiche e aneddoti – come quello della prima esecuzione viennese, accolta con rispetto ma senza comprendere pienamente la portata innovativa dell’opera.
La serata si è chiusa con un lungo applauso e con la promessa, ormai quasi certa, di un quarto appuntamento di “Racconti Sonori” a Materia.
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