Ordina su internet la maglietta ma gli arrivano i pantaloni contraffatti: processo a Varese per 50 euro di vestiti
Le ipotesi di reato contestate comprendono ricettazione, contraffazione di marchi e la vendita di prodotti con segni mendaci
L’ha presa sul serio, da persona onesta, perché dopo un acquisto in rete si è accorto non solo che i prodotti ordinati erano difformi, ma pure contraffatti. Così ha denunciato e portato avanti l’istanza fino al processo: una vicenda finita in un’aula di tribunale per un controvalore di 50 euro, a fronte di reati contestati piuttosto pesanti.
Si è dunque svolta oggi, 9 marzo, davanti al giudice monocratico Davide Alvigini del Tribunale di Varese, l’udienza di un procedimento relativo a una presunta truffa legata alla vendita online di capi d’abbigliamento di marca. In aula era presente anche il Pubblico Ministero Arianna Cremona.
La vicenda risale al 2020, quando un acquirente aveva effettuato online l’acquisto di una t-shirt al prezzo di una cinquantina euro. Alla consegna del pacco, tuttavia, all’interno sarebbe stato trovato un pantalone a marchio Versace risultato non originale, privo inoltre di un’etichetta corrispondente al logo autentico della casa di moda.
Insospettito, l’acquirente – un giovane di Laveno Mombello sentito in aula – avrebbe effettuato alcune ricerche sul prodotto ricevuto e tentato di mettersi in contatto direttamente coi venditori senza riuscirci; è stata quindi presentata denuncia per truffa alla Guardia di Finanza di Luino. L’intervento delle Fiamme Gialle risale al 4 settembre 2020, data in cui sarebbe stata formalizzata l’attività investigativa.
Il procedimento vede quattro imputati, collegati a vario titolo alla presunta vendita irregolare. Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, la presunta rete operativa avrebbe coinvolto persone e attività tra Napoli, Reggio Calabria e un cittadino di origini brasiliane. In particolare, agli imputati verrebbero attribuiti ruoli differenti: uno impegnato nella creazione del sito di vendita, un secondo indicato come mittente del pacco, uno nella gestione di un falso profilo su Instagram, l’ultimo nei contatti tramite chat di WhatsApp.
Le ipotesi di reato contestate comprendono ricettazione e violazioni degli articoli 638, 474 e 515 del codice penale, norme che riguardano, tra l’altro, la contraffazione di marchi e la vendita di prodotti con segni mendaci. Nel corso dell’udienza odierna il procedimento è stato rinviato al 26 ottobre 2026 per il prosieguo dell’istruttoria. Nel processo risultano impegnate come difensori Elena Maria Campi e Alessandra Cetraro.
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