Videogiochi, i consigli per una genitorialità consapevole: dalle “piazze pubbliche digitali” al limite del timer
Il giornalista del Sole 24 Ore Luca Tremolada presenta a Materia il saggio "Tasto Pausa": un'analisi sulla crisi creativa del gaming e sulla necessità di un patto di fiducia tra adulti e adolescenti
L’industria che fattura più di cinema e musica messi insieme ha un problema di personalità. Da una parte i bilanci da 180 miliardi di dollari, dall’altra una stasi creativa e priva di quelle narrazioni capaci di segnare una generazione. Luca Tremolada, giornalista del Sole 24 Ore, ha portato questa analisi a Materia martedì 17 febbraio, presentando il suo saggio Tasto Pausa in un dialogo serrato con Riccardo Saporiti.
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Il cuore della riflessione del libro colpisce direttamente le abitudini domestiche e quel muro invisibile che spesso separa padri e figli davanti allo schermo. Per Tremolada, l’errore più comune è delegare l’educazione a un algoritmo o a un lucchetto digitale. «Se io metto un timer a una macchina, il bambino pensa: mio padre non si fida di me, mi ritiene un cretino» ha spiegato l’autore, smontando l’efficacia dei blocchi tecnologici fini a se stessi. Il limite non può essere una blindatura software, ma deve nascere da un patto di fiducia che preveda, prima di tutto, la curiosità dell’adulto.
L’invito rivolto alla platea di Materia è quello di abbandonare il ruolo di spettatori giudicanti per diventare partecipanti attivi. «Il consiglio che do ai genitori è non giudicare, non far finta di niente. L’unico modo non è quello di vietare, è quello di condividere» ha incalzato la firma del Sole 24 Ore. Sedersi sul divano, osservare le dinamiche di gioco e chiedere di essere inclusi nella partita è l’unica strada per comprendere se quel tempo è speso in una «piazza pubblica» stimolante o in un vuoto a perdere digitale.
Non tutti i mondi virtuali, infatti, hanno lo stesso valore specifico. Se titoli come Fortnite rischiano di diventare semplici cataloghi di abbigliamento virtuale, realtà come Minecraft rappresentano «la più grande scatola di Lego presente sulla Terra», dove il confine tra gioco e programmazione si fa sottile. Il problema nasce quando il contenuto è scadente e l’industria smette di rischiare: «Nessuno investe più soldi in un videogioco bello, perché se va male si perdono cifre mostruose. Gli economisti lo chiamano too big to fail».
Il futuro disegnato da Tremolada vede la scomparsa definitiva del supporto fisico. Le console, intese come scatole nere sotto il televisore, lasceranno il posto a modelli in abbonamento stile Netflix, accessibili da qualsiasi dispositivo. In questo scenario fluido, la bussola resta la qualità del tempo. «Il compito del genitore è aprire delle porte, fargli vedere che ci sono cose fighe» ha concluso il giornalista, ribadendo che l’obiettivo non è spegnere lo schermo, ma accendere una consapevolezza che permetta ai ragazzi di non subire passivamente le regole del mercato.

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