«Così l’onda nera ha distrutto la “spiaggia di zucchero”»
Il racconto di Ferruccio Crippa e della compagna, investiti dal maremoto in Sri Lanka
«Il primo allarme è arrivato dai ragazzi cingalesi addetti alla pulizia della spiaggia (nella foto, prima del maremoto) davanti ai nostri bungalow, i quali ci avvisarono di un pericolo imminente. Io non mi allontanai ma tornai per mettere in salvo qualche effetto personale, ed in effetti allora arrivò la prima ondata. Una massa d’acqua non forte ma nera, scura come non l’avevo mai vista; quasi una contraddizione visto il bellissimo cielo di quel giorno. Passata l’ondata smisi di preoccuparmi visto che non aveva fatto alcun danno. Valentina, la mia compagna, ed un uomo cingalese tornarono a chiamarmi e proprio in quel momento è arrivata l’onda gigante. Siamo stati spinti dall’acqua ma in qualche modo, un po’ nuotando un po’ camminando, siamo riusciti ad indirizzarci verso il sentiero che porta all’entroterra. Ci siamo aggrappati ad un palo, poi ad un muro che però è crollato. A quel punto ci siamo resi conto che l’onda ci avrebbe investito nuovamente per via del deflusso verso il mare.
L’acqua per fortuna ci ha schiacciato contro un tronco; in pratica siamo stati “fissati” dalla pressione che ha così impedito di farci trasportare via. Valentina è scivolata però è riuscita ad aggrapparsi ad un cespuglio mentre l’uomo cingalese è rimasto con me. Così ci siamo salvati, seppur un po’ malconci».
A parlare è Ferruccio Crippa, ex assessore del Comune di Vergiate che la mattina di Santo Stefano si trovava con la compagna Valentina Coppe presso Seenimodera, letteralmente “spiaggia di zucchero” sulla costa meridionale dello Sri Lanka.
Nel piccolo paese, una frazione di Tangalle, l’ondata ha fatto molti danni e vittime presso la popolazione locale. Tante vittime: 59 morti su duecento abitanti circa. «Quel giorno era festivo anche per i cingalesi – spiega Crippa – e molti sono stati sorpresi all’interno delle loro case e non hanno avuto scampo. Molte costruzioni situate sulla spiaggia sono crollate».
Meglio è andata agli occidentali. «C’erano alcuni italiani nella nostra struttura, il Surya Garden, piccolo ristorante e qualche bungalow gestiti da Manuela Alboreto, la cugina di Michele (pilota di Formula Uno deceduto tre anni fa ndr). Al Manara Resort vivevano altri italiani e qualche francese, qualcuno possedeva una casa propria, ma a parte noi due non c’erano altri feriti. Ci hanno portati ad un dispensario nell’entroterra: io avevo un taglio al piede che è ancora medicato, Valentina era ferita ad un polpaccio ma per fortuna non abbiamo riportato nulla di grave. Nel pomeriggio siamo riusciti ad avvisare i parenti in Italia ed abbiamo recuperato alcuni oggetti rimasti nei pressi del nostro bungalow, che l’acqua ha demolito».
Ferruccio e Valentina, loro malgrado, hanno quindi dovuto testare il sistema di intervento messo a punto dalla Protezione civile e dall’ambasciata di Colombo, verso i quali hanno parole di ringraziamento. «La macchina dei soccorsi ha funzionato bene ed i disguidi che ci possono essere stati sono dovuti unicamente alla situazione disastrosa nella quale ci si è trovati ad operare. Non dimentichiamoci che il personale era contato e l’ambasciata doveva gestire anche la situazione maldiviana. L’unità italiana è stata la prima ad arrivare in Sri Lanka ed ha fatto tanto, non solo per i cittadini italiani. Il 30 dicembre ci siamo imbarcati dopo una notte trascorsa a Colombo e la mattina del 31 siamo atterrati a Malpensa dopo uno scalo a Pukhet ed uno a Fiumicino».
Ora Ferruccio e Valentina stanno pensando a come far rinascere l’economia della zona, sconvolta dallo tsunami. «Quella parte di Sri Lanka non è meta del classico turismo occidentale: vi sono europei ma in quantità ridotta. A Tangolle e dintorni si va per godersi il realx di spiaggie magnifiche dove però non ci sono le comodità ricercate nelle località famose. Si alloggia in bungalow spartani, si lavora fianco a fianco degli abitanti del luogo. Noi stessi eravamo lì per comprare un terreno ed impiantare una piccola attività, ma per il momento l’onda ha portato via anche questa idea. Adesso l’importante è darsi da fare ed aiutare le popolazioni del posto a rimettersi in piedi con il proprio lavoro».
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