L’idrocefalo dell’anziano: una demenza trattabile

Giovedì 2 aprile, nella sala Michelangelo dell'ospedale di Circolo si tratterà di una patologia che affligge alcuni anziani

Il nome non è dei più semplici, idrocefalo normoteso, e anche la sua traduzione dal greco suona abbastanza inquietante, qualcosa come ‘testa piena d’acqua’. In realtà questa patologia, una forma di demenza che affligge alcuni anziani, molti considerati oggi ‘ancora giovani’, nell’ 85% dei casi ha un rimedio che offre un immediato quanto considerevole recupero, a differenza di forme ben più gravi e degenerative di demenza come il morbo di Parkinson e quello di Alzheimer, ai cui stadi iniziali l’idrocefalo rischia di essere confuso.
 
A questa patologia è dedicato il convegno che si svolgerà giovedì 2 aprile nell’aula Michelangelo dell’Ospedale di Circolo (Padiglione Centrale), organizzato in collaborazione dall’Azienda Ospedaliera e dall’Università dell’Insubria, dal titolo significativo “L’idrocefalo dell’anziano: una demenza trattabile”.
Da un punto di vista meramente anatomico, l’idrocefalo normoteso è caratterizzato da una dilatazione dei ventricoli cerebrali, cavità presenti nella testa, che si riempiono, in conseguenza di una disfunzione, del liquido in cui è immerso l’encefalo, tecnicamente definito liquor cefalorachidiano. La dilatazione dei ventricoli comprime l’encefalo causando una serie di sintomi tipici di una demenza iniziale: perdita occasionale di memoria,talora confusione mentale e disorientamento,  episodi di incontinenza urinaria e difficoltà nella deambulazione. Gli anziani affetti da idrocefalo sono infatti persone spesso lucide, che spesso leggono e dialogano tranquillamente, ma che camminano a piccoli passi e hanno difficoltà a memorizzare.
La diagnosi, anche solo sospettata dal medico di base, si effettua con un corretto inquadramento clinico- neurologico, l’esecuzione  di una Tac o una Risonanza Magnetica e, successivamente, selezionato dallo specialista ed avviato il paziente al neurochirurgo per la conferma finale della diagnosi, si procede inizialmente con la sottrazione di una modica quantità di liquor con una puntura lombare o con la misurazione dei valori di pressione liquorale mediante il posizionamento di un piccolo catetere a livello lombare. Questo catetere è collegato ad un software che tiene monitorato l’andamento della pressione all’interno della testa. Se le informazioni raccolte confermano la diagnosi di idrocefalo, si può procedere con un intervento di neurochirurgia piuttosto semplice: si applica un catetere posto sotto la cute che dal ventricolo cerebrale porta il liquido in eccesso a livello del peritoneo addominale, dove il liquor viene assorbito, permettendo al paziente il recupero delle sue capacità motorie e mentali.
«Il vero problema dell’idrocefalo normoteso – spiega il prof. Giustino Tomei, direttore dell’U.O. Neurochirurgia del Circolo – non è il suo trattamento, efficace per la quasi totalità dei casi, ma la corretta diagnosi. Può accadere infatti che questo quadro clinico venga confuso con un Alzheimer o un Parkinson a livello iniziale e quindi non trattato adeguatamente. Si stima che di tutte le forme di demenza senile, l’idrocefalo rappresenti una percentuale che oscilla tra l’1 e il 6%. Nella nostra zona questo significa una quindicina di pazienti all’anno. È opportuno però che i pazienti che presentano sintomi di demenza iniziale siano inquadrati dai medici di base ed indirizzati a specialisti geriatri e neurologi, in grado di riconoscere con esattezza la loro patologia e avviarli verso il percorso terapeutico o chirurgico adeguato».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 marzo 2009
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