“L’Italia non è un paese per giovani”

Gianni Mazzoleni, già segretario di CNA Varese Ticino Olona e ora rappresentante dell'associazione allo sportello orientamento all'impresa di Spazio Lavoro, riflette sugli ultimi dati e sulle sue esperienze: "non ci sono strumenti per gli under 35"

Gli ultimi dati di Unioncamere attestano che nell’ultimo anno, nel nostro Paese, il 5,5% delle aziende Under 35 è sparito. L’unica legge pensata per loro in quest’ultimo anno di lacrime e sangue per (quasi) tutti è, di fatto, inutilizzabile. E intanto la disoccupazione giovanile ufficiale supera il 30%.
Che le imprese giovani fossero in seria difficoltà era molto più di un’impressione. La conferma, fatta di numeri concreti, è arrivata assieme alla recente indagine diffusa da Unioncamere, che ha evidenziato come in un solo anno sia sparito il 5,5% delle imprese avviate da imprenditori under 35: un dato, per altro, fermo al 30 giugno che probabilmente è destinato a peggiorare nella seconda metà dell’anno. Tante hanno chiuso e chiuderanno, poche rimangono e pochissime iniziano l’attività. (foto: Gianni Mazzoleni Ferracini)

La logica – e magari la lezione che arriva da esperienze come Google e Facebook, “idee
imprenditoriali folli” secondo il metro di giudizio dei nostri analisti finanziari del credito e che invece nel loro paese hanno ottenuto il sostegno della pubblica amministrazione e delle banche ed hanno creato più posti di lavoro di tanti altri settori protetti – porterebbe a mettere il sostegno all’imprenditoria giovanile tra le priorità di qualunque agenda di governo, per le immediate e importanti conseguenze che potrebbero generare sul piano economico e sociale: ad esempio quale possibile, parziale soluzione al problema della disoccupazione giovanile, che galoppa su percentuali socialmente inaaccettabili, o per dare un impulso reale allo sviluppo di imprese innovative o ancora per dischiudere nuove prospettive di sviluppo meno legate al territorio e più aperte al mondo ed alla globalizzazione.

Sfortunatamente, tuttavia, è difficile trovare traccia di questa logica nei provvedimenti del Governo e delle Istitutuzioni in genere: se ne rinvengono gli intenti, magari, ma non gli elementi concreti che potrebbero generare una efficace politica di sostegno alle giovani imprese. L’esempio lampante è quello delle “Srl con un euro” che qualche speranza aveva acceso nei cuori dei giovani imprenditori, o aspiranti tali. Una proposta che di per sé sarebbe interessante: aprire una società versando, di fatto, un capitale sociale puramente simbolico potrebbe essere comodo, perché consente di avviarla con risorse minime, senza rischiare il patrimonio personale, con una importante riduzione delle spese notarili e burocratiche. Peccato che si tratti di una opportunità inattuabile nella pratica.

In Italia la legge prevede che se il capitale sociale viene intaccato per un terzo, l’organo amministrativo è tenuto a soddisfare pesanti adempimenti di garanzia: in parole povere, se la Srl ‘semplificata’ va in passivo di 0,34 centesimi di euro, per essa si scatena l’obbligo di ricapitalizzazione, il cui adempimento per atto pubblico è qualcosa tra il ridicolo ed il surreale. Inoltre, visto che la norma consente in pratica di ipotizzare la celebrazione di nozze con i fichi secchi, l’assenza di un appena dignitoso capitale sociale acuisce un problema già drammatico per le imprese di ogni dimensione: quello dell’accesso al credito bancario.
Quale Istituto di credito italiano sarebbe oggi disposto a finanziare una nuova impresa con il
capitale sociale di un solo euro
?
Ma c’è anche dell’altro: c’è il persistente paradosso di una politica di austerità che, accanto ai prelievi di liquidità "d’emergenza" varati dal Governo Monti, non riesce a innescare i meccanismi in grado di innescare o di agganciare la ripresa. Il cosiddetto ‘regime dei minimi’, che offre condizioni realmente favorevoli agli imprenditori fino al raggiungimento del trentacinquesimo anno di età, decade non appena il libero professionista o l’impresa produce ricavi superiori ai 30.000 euro: vale a dire, non appena l’imprenditore infrange la cosiddetta soglia di sussistenza. Perché? Perché non un massimale più alto? Perché disincentivare il profitto – anche minimo – di un’attività neonata?

Una situazione per certi versi paradossale, se si pensa anche che, sulla base dell’attuale formulazione del Decreto Sviluppo e ritornando a prendere ad esempio aziende come Apple, Microsoft e Facebook si deve prendere atto che le stesse non sarebbero state ammesse a godere delle agevolazioni statali, in quanto start up di imprenditori non laureati e per questo classificate non innovative. Un fatto che non ha bisogno di commenti, ma che dimostra una volta di più come in Italia non esistano, ad oggi, reali strumenti per favorire
l’ingresso nel mercato di nuove imprese. O di ‘imprese nuove’, se vogliamo: imprese più moderne, che non vadano a sovrapporsi a quelle già affermate e forti della propria tradizione, ma che completino l’offerta di beni e servizi in quei mercati che rappresentano, più che il presente, il futuro. Un problema di scottante attualità, ma anche vecchio di almeno un decennio: il mondo si trasforma e cresce e l’Italia non riesce a tenere il passo perché il suo ritmo è più lento e perché è mancata e tuttora latita una chiara e precisa politica industriale.

Il bilancio parziale delle misure a favore dell’imprenditoria giovanile è alquanto deludente: esiste una legge interessante ma praticamente inutilizzabile; esistono incentivi fiscali che si disattivano non appena la giovane impresa comincia a guadagnare; e non esistono, al momento, autentici canali di credito visto che il FRIM della Regione Lombardia per le nuove imprese ha esaurito i pochi fondi a disposizione a inizio luglio.
Ed è triste, quando un potenziale giovane imprenditore chiede se vi siano incentivi o agevolazioni a sostegno della sua idea imprenditoriale, dirgli che purtroppo non c’è nulla, e anche se ci fosse qualcosa lui non ne avrebbe diritto perché sono troppo pochi i soldi che gli servono per avviare l’impresa.
Il fatto è che all’Italia – ma anche alla Provincia di Varese – le imprese nuove servono: non solo per garantire il ricambio generazionale verso quelle che non sopravvivono all’esame del tempo, ma anche per offrire all’economia nazionale e locale spunti realmente nuovi, per inaugurare settori inesplorati, per trasformare e attualizzare quelle attività che altrimenti rischiano di entrare a far parte della memoria.
E soprattutto, per offrire una prima e immediata risposta ai numeri drammatici della disoccupazione giovanile: mettere a disposizione veri strumenti d’impresa ai giovani disoccupati può rappresentare una soluzione virtuosa e costruttiva.
Il genere di soluzione che può generare nuova ricchezza, anziché limitarsi a ripartire quella esistente.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 21 Novembre 2012
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