Quello che mi lascia Expo

Il direttore Marco Giovannelli apre alcune riflessioni sull'esposizione universale. Ognuno di voi potrà trovare spazio sul giornale

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Un anno fa la maggior parte delle persone su Expo ci rispondeva “non si farà mai”, o peggio ancora “sono tutti ladri”. Era un sentimento comune alimentato anche da certa stampa distratta e sempre avvezza alle polemiche. Il risultato oggi è lì da vedere.

Ognuno avrà le proprie riflessioni, critiche, idee su cosa sia stato Expo. A me, da quel periodo, risuona una frase pronunciata da Giacomo Biraghi: “Expo è di chi se lo prende”. Niente descrive meglio ciò che poteva rappresentare l’esposizione per chi come noi vive a due passi da dove si è svolta.

Faccio un elenco ancora un po’ alla rinfusa e senza alcuna pretesa di “scientificità”. Riflessioni ancora troppo a caldo e che non poggiano solo sui numeri. Sono stato in tutto cinque volte e ho visto “solo” una trentina di padiglioni.

1) Lo stupore. È la prima emozione che ho provato quando sono entrato la prima volta nel Decumano. Avevo visto planimetrie, riprese dei droni, video di vario tipo, ma guardare con i miei occhi è stata tutta un’altra cosa.

2) I padiglioni che mi hanno entusiasmato sono Israele, Emirati Arabi e Regno Unito. I primi due per esser stati capaci di coniugare una comunicazione emozionali con i contenuti. Le obiezioni di carattere politico le comprendo bene e nessuno dei due paesi sarà mai il mio modello di società. Ciò non toglie che i loro messaggi e le loro storie hanno centrato in pieno il tema di Expo che non era solo il cibo, ma come nutrire il pianeta e l’energia per la vita. L’Inghilterra per il carattere di grande innovazione grazie al collegamento diretto tra il padiglione e un alveare ad Edimburgo.

3) Il messaggio provocatorio più centrato è quello del padiglione della Svizzera. L’idea che il mondo dipenda da ogni nostro comportamento è importante perché mette al centro la responsabilità. Il padiglione più chic e affascinante è stato certamente il Giappone.

4) Il clima che si respirava. È vero che si è data tanta enfasi alla sicurezza, che le lunghe code potevano esser estenuanti, ma dentro Expo ho sempre vista tanta serenità.

5) L’orgoglio italiano. La scritta che campeggia su Palazzo Italia ha un grande senso. Per il nostro paese Expo è stata una prova riuscita. Abbiamo dimostrato creatività, capacità organizzative e aver interpretato molto bene il tema.

6) Milano si è dimostrata all’altezza del compito. La città è cambiata in modo radicale. È bella e accogliente e si candida ad esser un punto di riferimento forte per tutta l’Europa. Smart mobility e smart city non sono più solo concetti ideali, ma una realtà.

7) L’esperienza per tanti giovani e non. Ho parlato con diverse persone che hanno lavorato lì e le risposte sono molto simili. “Un’esperienza unica e bellissima”. Il clima per molti di loro è andato ben oltre l’aver avuto un lavoro per alcuni mesi.

8) L’ascolto di tanti diversi dialetti e lingua. A Expo è arrivata tutta l’Italia. Stando fermi in un punto in pochi minuti potevi ascoltar persone che provenivano da ogni regione. La babele linguistica. Come sopra. In un’ora ho incontrato il mondo.

9) L’occasione economica. Non tanto per i numeri diretti per i diversi operatori, che comunque saranno molto positivi, ma per quello che rappresenterà per l’Italia questo evento. Il Made in Italy è al centro dell’interesse ed Expo rilancia il nostro paese in ogni sua componente: turismo, innovatività, produzione, qualità.

10) Le architetture. Uno spettacolo nello spettacolo osservare tanti stili e vedere come ognuno ha cercato di portare la propria cultura, i propri colori, le proprie atmosfere.

11) I cluster. Li ho potuti visitare solo superficialmente, ma vedere decine di qualità di riso piantate davanti alla scheda che ne descriveva le caratteristiche, è stata una bella esperienza.

12) Le contraddizioni. Queste sono parte della vita di ognuno di noi ed Expo non solo non ne è stata esente, ma si sono rivelate a tinte forti. Alcuni sponsor, ma soprattutto i contenuti di alcuni paesi mettono a nudo contraddizioni e paradossi. Ho visto due volte Israele, ma quando sono uscito la prima volta mi è venuta una tristezza e una gran rabbia pensando a quanta tensione e sofferenza siano costretti a vivere bambini, donne e uomini a Gaza, ma anche nello stesso Israele. Si capisce quanto i problemi siano complessi e non riconducibili a schemi che servono solo a tranquillizzarci.

13) La comunicazione ufficiale e non. Expo andrà studiato a lungo e spero ci siano università che propongano agli studenti di fare delle tesi sulla comunicazione dell’esposizione universale di Milano. Sono stati bravissimi, innovativi, coinvolgenti, aperti. Un lavoro immenso

14) Il 141Expo, ovvero il nostro progetto di gemellaggio tra i comuni e gli stati aderenti a Expo. Un bel successo che testimonia quello che diceva Biraghi. Cinquanta paesi hanno partecipato in modo attivo realizzando centinaia di iniziative a cui hanno partecipato decine di migliaia di persone. Si sono incontrate comunità come raramente era successo prima. Mi resterà sempre presente la serata di Cavaria con la Costa d’Avorio. Le parole semplici e forti dei loro rappresentanti dicevano che finalmente si incontravano con pari dignità culture. Grazie a Expo si sono liberate energie positive e sono state vissute esperienze importanti.

15) La carta di Milano. Questo sarà il vero lascito di Expo. Nel 1900 a Parigi si era dato sfoggio della forza, delle abilità, dell’avanzamento materiale e tecnologico. La Torre Eiffel è lì a testimoniare cosa era diventato capace di fare l’uomo. Oggi le sfide sono altre. Dobbiamo preoccuparci di salvaguardare il mondo, le comunità, l’ambiente. Non è un caso che questi siano i temi dell’ultima enciclica papale. L’uomo è sempre più alle prese con la tecnologia e con l’esigenza di trovare risposte valide per far vivere bene miliardi di persone. La carta di Milano mette al centro tutto questo e il nostro paese, grazie al lavoro di coordinamento della Fondazione Feltrinelli, di centinaia di istituzioni e realtà scientifiche, al lavoro di decine di migliaia di scienziati, alla partecipazione di milioni di persone, lascerà un segno indelebile nell’avanzare verso un mondo più consapevole.

Ci sarebbero tante altre cose da raccontare e ci sarà modo di continuare a farlo. Ora sono questi i quindici punti che per primi mi vengono in mente.

Fateci avere le vostre di riflessioni.

 

A GlocalNews il 19 novembre si terrà un incontro sui temi del dopo Expo.

Marco Giovannelli
marco@varesenews.it

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Pubblicato il 30 Ottobre 2015
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