Galli: “Il debito fermerà la voglia di fare impresa”

La riflessione del presidente di Confartigianato Imprese Varese: «Chi lascia in eredità l'azienda al figlio gli lascia anche di ulteriori incrementi della spesa pubblica»

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Mentre prende corpo il nuovo esecutivo guidato dall’ex ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, è dal bilancio dei mille giorni del Governo Renzi che nasce l’appello delle imprese alle forze politiche (dell’attuale maggioranza e, in prospettiva elettorale, anche delle odierne opposizioni): «L’aumento del debito pubblico non aiuterà l’economia del Paese». Anzi, a lungo andare «potrebbe addirittura azzerare gli attuali deboli segnali di ripresa», lasciando in eredità alle generazioni future – giovani imprenditori compresi – un conto salatissimo, che potrebbe anche tradursi in un «disincentivo al fare impresa». A danno, ovviamente, dell’intero sistema economico nazionale. Si punti piuttosto «a ridurre la spesa corrente e ad aumentare gli investimenti a sostegno della produttività».

Un appello di cui si fa portavoce il presidente di Confartigianato Imprese Varese Davide Galli, riprendendo le fila della battaglia («Fateci fare gli imprenditori, non i burocrati») avviata a ottobre per mantenere alta l’attenzione degli amministratori pubblici nei confronti del quadro economico/sociale in cui si muovono, sempre più faticosamente, le piccole e medie imprese locali. «L’editoriale a firma di Luca Ricolfi pubblicato domenica 11 dicembre sul Sole 24 Ore ha ribadito quanto denunciamo da tempo» prosegue Galli, «elevando il nostro tasso di preoccupazione».

La sintesi del sociologo è chiara: «A fronte di innumerevoli (e sbandieratissimi) tagli di imposte e di spese, il peso della Pubblica amministrazione sull’economia è rimasto ai livelli altissimi che aveva toccato ai tempi dei governi precedenti. L’attesa di una riduzione del perimetro della Pubblica Amministrazione, che liberasse risorse per il settore privato, è andata sostanzialmente delusa». A ciò si aggiunga l’aumento dello stock del debito pubblico.

«La scelta di trasformare la spesa pubblica nel carburante per la ripresa, ancora una volta, ha dimostrato di non funzionare, così come è risultato inefficace il ruolo dello Stato come regolatore del mercato» prosegue Galli. «Fondamentale, per noi, resta al contrario la contrazione del peso che la pubblica amministrazione finisce per riversare sulle imprese, trasformandole non solo in sostituti di imposta, ma nello strumento per mantenere i principi del benessere sociale, della tutela del lavoro, della redistribuzione della ricchezza, della salvaguardia delle fasce più deboli, dell’occupazione giovanile e via aggiungendo». Compiti che, di norma, non spettano direttamente agli imprenditori.

Il tutto, e non è un dettaglio irrilevante, a fronte del permanere dei ritardi nei pagamenti a favore delle imprese che operano per le Pa. Si ricordi in proposito che, secondo un secondo un sondaggio Cribis D&B, solo il 22,35% delle aziende pubbliche salda entro i tempi concordati i propri debiti. Il 25,3% liquida le spettanze con più di un mese di ritardo e il 52,4% paga entro il mese di ritardo. «Un fenomeno che stiamo monitorando attraverso un sondaggio tra le imprese associate» rimarca il presidente dell’associazione di viale Milano.

Ai timori legati al presente, si legano i rischi in prospettiva futura: «Le nostre imprese vogliono continuare a operare in questo Paese, e in molte sono in corso i passaggi generazionali. Provi, chi governa, a immaginare con quale spirito un padre possa apprestarsi a lasciare in eredità l’azienda al figlio, consapevole che toccherà soprattutto a lui e alla sua generazione portare il peso di ulteriori incrementi della spesa pubblica». «Non vorremmo che questi timori si traducessero, per molti, nella scelta – seppur dolorosa – di chiudere l’attività o di rinunciare al fare impresa».

La storia italiana, d’altronde, alimenta le preoccupazioni: «In questo Paese, spesso, anche la grande industria e la finanza privata hanno dimostrato di non saper fare a meno degli aiuti dello Stato e questo, nell’attuale contesto di indebolimento economico, è un ulteriore aggravio di costi a carico delle aziende di più piccole dimensioni».

Sempre a proposito di debito pubblico, Galli guarda alle possibili ripercussioni sui conti italiani dell’insediamento del nuovo presidente americano: «Oggi gli interessi sul debito pubblico sono bassi, ma l’elezione di Donald Trump ha già provocato un aumento generalizzato dei rendimenti dei titoli di Stato, perché i mercati si aspettano che le sue scelte economiche inducano la Fed a muoversi in quella direzione». Qualora gli effetti, che già s’intravedono all’orizzonte, dovessero rendersi sensibili anche in Italia, «il debito pubblico finirebbe per alzarsi ulteriormente. E chi pagherà il conto?».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 12 dicembre 2016
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