Ofo, trasparenza e dati in fuga

Non ce la prendiamo solo con chi ha abbandonato le bici “fuori sede” o cose simili, perché la questione è ben più ampia e complessa

Bici OFO abbandonata ad Azzate

Ofo se ne va. Lo fa un po’ alla chetichella, senza dare spiegazioni e dati su come siano andati questi mesi.

Quello che è successo con la società cinese di bike sharing deve far riflettere per diverse ragioni.

La prima e più importante riguarda la trasparenza. O meglio l’assoluta assenza di questa. Nei mesi scorsi avevamo scritto come una parte importante e strategica del business del bike sharing cinese sia legata all’acquisizione dei dati. Con l’avanzare del digitale questo tema diventerà sempre più centrale nella nostra vita. Non è accettabile però che nessuno possa avere un’idea precisa di come sia andato il servizio. Quante le app scaricate, quanti gli utilizzatori seriali, quante le infrazioni, quali le aree su cui le bici si muovevano di più? Sono solo alcune delle domande. Si tenga conto che anche solo per fare un giro di prova era necessario scaricare la app, loggarsi, fornire i dati personali e quelli della carta di credito. Non è poco, ma Ofo se ne va e non solo non spiega perchè ha preso questa decisione, ma non fornisce nemmeno i dati.

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La mancanza di trasparenza è una grande responsabilità anche dell’ente pubblico che deve iniziare a porre delle condizioni quando qualcuno potrebbe acquisire informazioni sui propri cittadini. È una questione centrale per tante ragioni e non si può liquidare la faccenda con due righe di laconici comunicati stampa. Ovvio che l’amministrazione abbia poche responsabilità però un po’ più di attenzione alla gestione di esperienze come Ofo non guasterebbe. La seconda riflessione riguarda i polemisti a prescindere. Quelli che vedono sempre quello che non va. Quelli che magari conoscono anche poco delle cose ma tanto basta criticare a prescindere. Quelli che anche in una splendida giornata di sole se la prendono con il sindaco perché non ha pensato a come fornire zone di ombra. Per i polemisti ogni fallimento è quasi un orgasmo perché possono dire la frase magica: “Io l’avevo detto”.

Poi ci sono quelli che “a Varese non funziona niente”, o la variante sul tema “queste cose succedono solo da noi”. Persone che vorrebbero ma non possono. Insomma “di chi starnazza e non vuol mai volare”, prendendo a prestito una frase di Guccini. Nichilismo a chili per non doversi mai porre la domanda se il cambiamento debba coinvolgere anche loro. Da ultimo, c’è il tema che ha tenuto banco nei giorni scorsi: maleducazione e uso illegale e fraudolento delle bici.

Qui c’è poco da dire perché per prima cosa non abbiamo dati reali per poter valutare di cosa stiamo parlando. Poi su maleducazione e illegalità ci sono due aspetti: il controllo e l’educazione. Il primo temiamo che sia stato sottovalutato e anche poco represso. Sul secondo invece si richiede un approfondimento diverso da quello trattato in queste poche righe. Varese perde una bella opportunità e questo è un vero dispiacere, ma non ce la prendiamo solo con chi ha abbandonato le bici “fuori sede” o cose simili, perché la questione è ben più ampia e complessa.

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Pubblicato il 29 giugno 2018
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