La finanza islamica piace perché è etica

In termini di volumi di affari questo settore vale circa 2.500 miliardi di dollari con una prospettiva di crescita nei prossimi due anni fino a 4mila miliardi. A novembre inizierà all'Università dell'Insubria un corso di alta formazione

prodotti islamici halal

Inshallah. Se Dio vuole anche la finanza puo’ cambiare. Samir Baroudi, siriano di origine e da oltre 50 anni a Varese, non è sorpreso del fatto che anche in Italia si inizi a parlare di finanza islamica. «In un mondo dove la forbice del reddito è così allargata, dove i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi – dice Baroudi – l’introduzione dei principi etici della finanza islamica potrebbe aiutare a ritrovare un mondo più umano».

Nell’Islam infatti anche l’attività economica e finanziaria, alla pari delle altre attività svolte dall’individuo durante la sua esistenza, deve rispondere ai principi di ciò che è lecito (halal) evitando ciò che è illecito (haram), cioè deve essere rispettosa dei valori morali e sociali richiesti dal Corano. Il buon islamico dovrebbe dunque basare la sua vita finanziaria su cinque pilastri, ovvero: ribà, il divieto del tasso d’interesse, gharar il divieto dell’incertezza, maysìr, il divieto di fare speculazioni, haram, il divieto di investire e commerciare in beni o attività proibite e soprattutto zakāt, la tassa islamica. «Quest’ultimo pilastro è molto importante – spiega Baroudi – perché corrisponde alla ex decima citata dalla Bibbia, una tassa del 2,5% sulla ricchezza detenuta. Un vero e proprio diritto del povero a cui corrisponde un dovere del ricco. Quando le opulenti carovane arabe arrivavano nello Yemen, la prima cosa che facevano era cercare i poveri a cui consegnare la zakāt. Se non li trovavano compravano grano e lo distribuivano sulle montagne per sfamare le altre creature di Dio».

Negli ultimi dieci anni la finanza islamica è cresciuta moltissimo soprattutto in Inghilterra che può vantare la presenza di grandi banche in grado di offrire servizi finanziari perfettamente allineati con i principi della Sharia, tra cui l’Islamic Bank of Britain (IBB) la prima banca totalmente islamica costituita in Europa. Uno sviluppo favorito dalla presenza massiccia di popolazione di fede musulmana residente e da un mercato finanziario abituato da sempre all’internazionalizzazione.

«Un recente articolo dell’Economist – sottolinea Flavia Cortellezzi, professoressa associata di Politica economica internazionale all’Università degli studi dell’Insubria – ha rivelato che gli investitori dell’Al Rayan Bank che negli ultimi dieci anni si erano avvicinati alla finanza islamica erano passati da uno su otto a uno su tre. Ciò significa che questo tipo di finanza attira investitori che, seppur non musulmani, sono molto attenti al fondamento etico del loro investimento».

In termini di volumi di affari questo settore vale circa 2.500 miliardi di dollari con una prospettiva di crescita, secondo gli esperti, fino a 4mila miliardi nei prossimi due anni. Nel 2017 l’emissione di sukuk, l’obbligazione tipica della finanza islamica, è cresciuta del 23% per un valore complessivo di 92 miliardi di dollari. Il paese che recita la parte del leone è la Malesia con circa 300 miliardi di dollari di emissioni negli ultimi 12 anni. «Il sukuk, il tipico bond islamico, – spiega la professoressa Cortellezzi – è un certificato che ha sempre un sottostante reale, tangibile e non un debito. In molti casi si tratta di un bene immobile che produce una rendita, che servirà a sua volta a pagare la cedola. In questo modo viene rispettato il divieto di prestito a interesse. Dietro queste emissioni spesso ci sono i grandi fondi sovrani di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi».

Nel Belpaese di finanza islamica si parla pochissimo, anche se le potenzialità di questo mercato sono notevoli soprattutto in un periodo storico dove l’attenzione all’eticità degli investimenti inizia ad affermarsi anche tra gli investitori italiani. L’Università degli studi dell’Insubria ha da poco annunciato l’istituzione di un corso di alta formazione gratuito, in quanto completamente finanziato dal Miur, indirizzato a quei professionisti (avvocati, commercialisti, giornalisti, imprenditori e manager) che operano o intendono operare in questo settore. Le lezioni, suddivise in 25 ore, cominceranno l’8 novembre nel Chiostro di Sant’Abbondio a Como. «Abbiamo ricevuto una richiesta di partecipazione che è andata ben al di là delle nostre aspettative – conclude Flavia Cortelezzi che sarà una delle docenti del corso – D’altronde oggi la finanza islamica, che è presente in 60 paesi al mondo, è in linea con i temi della sostenibilità e dell’etica sempre più diffusi tra gli investitori pubblici e privati».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 12 luglio 2019
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