È morto Felice Gimondi

Il grande campione di origini bergamasche stroncato da un malore mentre faceva il bagno in Sicilia

Avarie

Il grande campione del ciclismo italiano Felice Gimondi è morto a causa di un malore mentre faceva il bagno a Giardini Naxos, in provincia di Messina. 

Originario di Sedrina, in provincia di Bergamo, era nato nel 1942.

Professionista dal 1965 al 1979, è stato un campione completo, capace di tenere sul passo, di vincere in salita, a cronometro e anche in volata.È uno dei sette corridori[4] ad aver vinto tutti e tre i grandi Giri, cioè Giro d’Italia (per tre volte, nel 1967, 1969 e 1976), Tour de France (nel 1965) e Vuelta a España (nel 1968). Tra le corse di un giorno si aggiudicò un campionato del mondo su strada, nel 1973, e alcune classiche monumento: una Parigi-Roubaix, una Milano-Sanremo e due Giri di Lombardia.Suo è il record di podi al Giro d’Italia, 9, dove ottenne anche sette vittorie di tappa.

Nonostante la sua carriera sia coincisa in gran parte con quella del “cannibale” Eddy Merckx, è stato in grado di ottenere numerosi successi; rispetto al belga ha avuto anche una maggiore longevità ad alti livelli, avendo iniziato a vincere prima, al Tour de France 1965, e terminato dopo, con il successo al Giro d’Italia 1976.

Ottenne complessivamente 118 vittorie tra i professionisti. (fonte: wikipedia)

Scriveva il giornalista Cesare Chiericati per Varesenews, in occasione dei 70 anni del campione, nel 2012:

Felice Gimondi da Sedrina, provincia di Bergamo, mamma postina e famiglia povera, il miglior ciclista italiano del dopoguerra dopo Bartali e Coppi. Nessun altro può infatti vantare un palmarés superiore al suo per qualità di vittorie e livello degli avversari affrontati. Felice ha misurato il passo con Jacqués Anquétil, Raymond Poulidor, Luis Ocana, Vittorio Adorni e alcuni altri capaci di qualche grande stagione; ha incrociato un purosangue, volubile come tutti i purosangue, a nome Gianni Motta, poi la sua parabola si è scontrata con quella strabiliante di un fiammingo di tre anni più giovane, Eddy Merckx. Fu al tempo stesso una sfortuna e una fortuna.
Una sfortuna perché Eddy, quasi del tutto invulnerabile, era una sorta di Achille delle due ruote, non lasciava mai nulla agli avversari, nemmeno una biciclettata tra amici fuori porta per un picnic. Era un predestinato dagli dei del ciclismo come pochissimi altri prima di lui. Felice era un fuoriclasse col quale gli stessi dei erano stati un filo meno generosi, non possedeva l’arma dello scatto negli arrivi in volata né poteva vantare la stessa mostruosa potenza atletica del suo avversario. A questi due limiti posti dalla natura cercò sempre di rimediare associando alla classe naturale l’ostinazione battagliera tipica della gente delle sue terre.
Mario Fossati, il collega che meglio di tutti ha raccontato il ciclismo, scriveva che: “A Felice le sconfitte provocavano rabbia anziché rassegnazione”. E questa fu la fortuna di cui sopra si diceva. Incrociare i ferri con un fuori categoria come il belga fu uno stimolo straordinario, una sfida continua che finì per esaltare il roccioso carattere di Felice ma anche il suo perfezionismo di atleta sempre alla ricerca del meglio sia in campo tecnologico sia dal profilo della preparazione. E’ nato del resto sotto il segno della Vergine…
Da Merckx ha patito molte sconfitte ma è stato l’unico a prenderlo sempre di petto. Ai mondiali di Mendrisio del 1971 i due, dopo aver eliminato la concorrenza, si diedero battaglia senza esclusione di colpi nei due giri finali; scalavano la salita di Novazzano (ripetuta poi nell’edizione 2009) affiancati, senza scattare, entrambi consapevoli che nessuno era in grado di piantare l’altro. Sul volto scavato di Felice si leggeva però la consapevolezza amara che in volata sarebbe stato comunque secondo, troppo veloce il belga. Così fu. Da quel momento fece di tutto per cercare una rivincita mondiale, la preparò giorno dopo giorno dentro se stesso per poi trovarla a Barcellona, due anni dopo, al termine di una gara tiratissima in cui Eddy voleva ancora una volta ribadire la sua tirannia. Spese troppe energie e anche i Titani come lui talvolta finiscono per peccare di presunzione. Maertens, il giovane belga che in carriera farà incetta di classiche in linea, gli tirò la volata ma non bastò, Felice partito da lontano non venne più rimontato. Non aveva vinto certo il più veloce ma il più fresco, l’atleta che aveva amministrato meglio dei rivali le pochissime energie rimaste, un capolavoro da autentico maratoneta del pedale.
Diversamente da Gianni Motta e Merckx, Gimondi non ha mai vinto la Tre Valli pur essendo stato grande protagonista in due occasioni: nel ’65 terzo alle spalle di Motta e Dancelli e nel ’70 ancora terzo sempre dietro a Motta e all’eterno fiammingo. Fu un’edizione regale, li vedo ancora disegnare l’ampia curva davanti alla Questura di Piazza Libertà, elegantissimi in sella nonostante la fatica e il caldo, per poi avventarsi lungo la discesa di via Ghiringhelli verso l’arrivo di Cassinetta. Grande ciclismo, grandi emozioni! (…)
Ma in chiusura non si possono non ricordare le sue vittorie più importanti: 3 Giri d’Italia., 1 un Tour de France, 1 Vuelta, 1 mondiale su strada, 2 campionati italiani, 1 Milano – Sanremo,1 Parigi – Roubaix, 2 Giri di Lombardia, 1 Parigi –Bruxelles, 2 Sei giorni su pista, tutte le principali gare a cronometro dell’epoca. Anquétil, Merckx, Gimondi, Hinault e Contador sono gli unici atleti ad aver vinto tutti e tre i grandi Giri. Come Bartali e Coppi, le gesta di Felice hanno ispirato grandi autori musicali: Enrico Ruggeri gli ha dedicato la canzone “Gimondi e il Cannibale, Elio e le Storie Tese “Sono Felice”.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 agosto 2019
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