Casciago e il coronavirus: paese “chiuso”, ma con tanta solidarietà

Abbiamo fatto un giro di telefonate per capire come sta vivendo l'emergenza chi rappresenta porzioni di comunità, ecco cosa ci hanno raccontato

Generico 2018

Un paese interno chiuso in una bolla, ma con tante “sacche” di solidarietà e iniziative per alleviare dalla solitudine chi è meno fortunato.

A Casciago sono state attivate parecchie iniziative di sostegno, dalla consegna dei medicinali a casa fino alla spesa a domicilio, tutto grazie ad una rete di volontari molto attiva. All’asilo sono comparsi i disegni dei bambini con le scritte arcobaleno e lo slogan #andràtuttobene e negli ultimi giorni è stato attivato dal Comune anche un canale YouTube con la collaborazione di scuole, associazioni, enti, per dare informazioni, supporto, vicinanza a tutta la popolazione. Sui social dell’amministrazione comunale vengono postati ogni giorno documenti ufficiali e indicazioni. Abbiamo fatto un giro di telefonate per capire come sta vivendo l’emergenza coronavirus chi rappresenta porzioni di comunità, ecco cosa ci hanno raccontato.

IL SINDACO – MIRKO RETO
«È una situazione strana. Le persone hanno bisogno di supporto, ma soprattutto c’è la necessità di sensibilizzare la gente a stare a casa. Certo il decreto non aiuta: dovevano chiudere tutto, invece non è stato fatto, creando dipendenti di serie a e serie b che non ci devono essere. Gli amministratori locali di ogni colore hanno attivato servizi per i meno fortunati, noi lo abbiamo fatto da subito, cercando di informare senza creare panico. I genitori sono i primi da dover essere educati: serve tenere a casa i ragazzi, che non sono immuni nemmeno loro. Io sono anche un imprenditore e vivo le preoccupazioni di chi ha da affrontare scadenze e mutui: servono aiuti per le imprese, oltre che per i dipendenti, speriamo che lo Stato provveda. Mi colpisce in positivo la consapevolezza delle nostre amministrazioni locali, che al contrario del Governo hanno subito capito la gravità del problema. Anche i casciaghesi hanno risposto tutti con rigore e con comportamenti adeguati, i commercianti hanno chiuso prima del decreto, per tutelare sè stessi e gli altri, e anche le persone hanno reagito bene. Forse anche perchè il martellamento sui social è stato costante. La mia speranza sta nella civiltà della gente, se tutti rispettiamo le direttive, se ne uscirà presto. Da imprenditore guardo con ottimismo al futuro: ci sarà una ripartenza, che sarà faticosa, ma saremo più forti di prima. Come cittadino mi auguro che questa cosa, unica nel suo genere, sia una lezione per i nostri figli, che ne devono uscirne sensibilizzati e consapevoli. Mi auguro che sia un monito per i giovani, che saranno migliori di noi».

IL PARROCO – DON EMILIO RIMOLDI
«In questo momento di smarrimento c’è bisogno di trovare il modo di approcciare la questione e vivere questa situazione come occasione di crescita. Si deve stare in casa, ma bisogna lavorare su come noi reagiamo, far diventare tutto questo un’occasione per riscoprire lo stare insieme in famiglia, con ritmi lenti, dialogare, riscoprire hobby dimenticati. La Fede è aiuto grande, per guidarci a vivere questo tempo non solo come un periodo fatto di divieti imposti, ma come un momento di riscoperta. Sono rimasto colpito da come siamo passati dal panico iniziale all’indifferenza, con tutti che si sentivano come in vacanza, per poi arrivare altrettanto velocemente ad una reazione dettata dal rigore dei decreti. L’emotività deve essere guidata da una reazione più pensata e con maggiore responsabilità. Anche i fedeli all’inizio hanno avuto una reazione di critica per non poter partecipare alla Messa, poi però abbiamo cercato di spiegare che è un fatto di responsabilità, che la Fede va vissuta volendo bene al prossimo non incontrandosi. Abbiamo utilizzato la tecnologia, inviando messaggi ai ragazzi, alle famiglie, ho riattivato il mio blog, preghiamo ad orari predefiniti in chiesa, da soli. Sono forme diverse, ma si può vivere l’essere comunità cristiana in modo diverso. Serve rinforzare l’aspetto personale, riunirsi con sè stessi, pregare di più. La speranza è di riscoprire il bello del dono che riceviamo. Il mio desiderio e la mia speranza è che una volta che torniamo ad abbracciarci non ci dimentichiamo di questo periodo, che teniamo le cose belle riscoperte, dimenticando la frenesia e riscoprendo il tempo per vivere meglio».

LE MAESTRE – MARIA CAMPIOTTI E ALESSANDRA AZZONI

Maria Campiotti
«Sento forte la necessità di tenere un contatto con i bambini, già la prima domenica ho pensato di fare una lettura ogni giorno, tutte le sere leggo una parte di un racconto, tramite le rappresentanti di classe contatto i miei alunni. Col registro elettronico inviamo i compiti, ma anche lettere, per tenere vivo un contatto. Siamo tutti limitati come persone, siamo lontani, ma tutti accomunati dalla stessa situazione. Io ho tre figlie: Sofia vive con me e mio marito, anche lei è insegnante e impegnata a tenere i contatti con i suoi alunni, ha fatto un calendario con piccoli impegni per ogni giorno, per tenerci “vivi”; Carolina e Agnese sono lontane, una a Pesaro e l’altra a New York: ci si vede via chiamate al telefono, ma non è la stessa cosa…Mi ha colpito molto pensare che come uomini abbiamo la presunzione di gestire tutto, ma ci siamo dovuti fermare di fronte a questa cosa imprevedibile e imponderabile. Cerco di godere della positività di questa situazione, mettendo a frutto il tempo. La speranza che se ne uscirà c’è: penso ai bambini, abbiamo diffuso l’idea #andràtuttobene e sono convinta che andrà così. Non c’è una cosa precisa, ci sono mille segni, la speranza deve esserci per forza».

Alessandra Azzoni
«In questi momenti serve tenere uniti i bambini, che si sentono persi. Anche noi maestre abbiamo bisogno di sentirli, la didattica a distanza è un aiuto, ma manca il contatto, la presenza. Abbiamo dato mail e numeri per mandare video e messaggi. Per i bambini piccoli come quelli delle elementari è più complesso fare vere e proprie lezioni online, ci chiediamo quale sia la soluzione migliore. Sul canale Youtube del Comune mettiamo materiale della scuola, poi c’è il registro elettronico per i compiti. A me sembra di vivere in una bolla, faccio fatica a realizzare. È un susseguirsi di vicende, di decreti, di decisioni. Sono uscita per andare a fare la spesa, una sensazione bruttissima, si respira l’aria di un paese surreale. Stare in casa è soluzione migliore, meno si esce e meglio è. Non è facile, ma bisogna rispettare le prescrizioni. Io ho una sorella in Usa che non può tornare, la tecnologia ci aiuta, per quanto sia ben diverso dal contatto diretto. Tenere i contatti per non sentirsi soli credo sia fondamentale».

LA FARMACISTA – ANTONELLA BIANCHI (nella foto)
«In farmacia la gente arriva subissata da informazioni varie, non riesce a discriminare cosa è vero e cosa è il sentito dire o la fake news. Arrivano in farmacia a chiedere per esempio la vitamina C, come se fosse una panacea perchè lo hanno letto non si capisce bene dove. Le persone hanno un sacco di cose in testa, paure di rimanere senza farmaci e senza mangiare, sono nervosi, spaventati. Servirebbe un’informazione più precisa, semplice e univoca. C’è la caccia alla mascherina, al gel, alla vitamina c, qualsiasi cosa. Occorrerebbe anche più rispetto per quello che viene deciso, in ogni forma. Io sono colpita, ma non spaventata. Faccio fatica a capire l’entità di tutto questo. Le forme ufficiali, i bollettini di guerra non aiutano nè servono. Forse aiuta a fare rispettare le regole, ma è l’autoeducazione che servirebbe. Secondo me serve riflettere sul senso di questa cosa, anche a livello personale, prenderlo come monito per un cambiamento per tutto. La speranza ovvia è che il virus perda la sua forza in tempi brevi e si possa tornare ad una situazione di normalità, in tempi ragionevoli. Spero che le persone cambino, che ci si prenda cura di sè stessi, senza concentrarsi sulle piccole cose, capendo che non siamo onnipotenti».

I COMMERCIANTI – ALESSANDRO BRONZI ED ELIA MOZZICATO
«Io e il mio socio gestiamo la gastronomia Soul Food di Morosolo. Continuiamo a lavorare, con tutte le precauzioni del caso. Non la stiamo vivendo con paura o allarmismo. Precauzioni sì, ma senza panico. Fortunatamente non siamo condizionati in negativo, siamo un alimentari di paese, stiamo continuando a dare un servizio “normale”, facendo trovare il più possibile ai nostri clienti. Per la maggior parte cercano beni primari, pane, latte, frutta e verdura, pasta, uova. Noi abbiamo anche parte di cucina pronta, alcuni sfruttano anche questa possibilità. Siamo colpiti dalla paura e dall’allarmismo, creati dai modi in cui si è parlato di questa cosa. È giusto informare, ma con consapevolezza. Infondendo preoccupazione si fa il gioco opposto e si creano episodi negativi. C’è il modo di uscirne, le informazioni che girano sono diverse. Siamo positivi, se riuscissimo ad arginare il contagio e seguire le direttive se ne esce, lo dicono i medici. Poi dovremo cambiare tanto anche a livello economico, ci saranno forti ripercussioni, non per forza negative. Cerchiamo di risolvere il problema rispettando le norme, rigide, ma giuste, e cercando di rimanere uniti».

LE ASSOCIAZIONI – MARIO SAVIORI
«C’è bisogno di collaborazione di tutti nel cercare di rispettare le regole. E se possibile dando una mano, mettendo disponibilità a chi è meno fortunato o più bisognoso, dando assistenza. Noi della Proloco nel nostro piccolo ci mettiamo in gioco per i servizi di volontariato messi in campo dal Comune. Io sono colpito dal controsenso in certe cose, legate agli eventi sportivi ad esempio. Non si può vedere partite dove si abbracciano tutti, non riesco a concepire queste cose. Si dà un’immagine negativa e sbagliata. In positivo sono colpito dalla disponibilità di molta gente che rispetta le prescrizioni, un buon segnale. Per tutte le associazioni sono saltati eventi, dal compleanno del kaki con le scuole ad altri programmati, mentre per il futuro valuteremo cosa fare e cosa no. Se non riusciremo quest’anno, rinvieremo tutto all’anno prossimo, senza fermarci. La speranza è che si capisca che non siamo onnipotenti, che tutte le certezze posso essere messe in discussione. Serve fermarsi, pensare al nostro ruolo nel mondo. Non è l’uomo che può cambiare le cose, basta un piccolo virus e si ferma tutto. E forse è l’occasione per capire anche che se migliora l’inquinamento in un’occasione di emergenza come questa, forse va cambiato proprio modo di vivere e pensare il mondo».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 12 marzo 2020
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