“In questo periodo ho imparato ad ascoltare la città”

Si riparte e io come ogni giorno in questi due mesi mi affaccio al terrazzo e ascolto. Un suono mi fa sobbalzare, il nevrotico suono di clacson di un motorino, che non sentivo da due mesi

Generico 2018

Siamo arrivati al famoso 4 maggio dopo due mesi di lockdown, oggi si riparte e io come ogni giorno in questi due mesi mi affaccio al terrazzo e ascolto. Un suono mi fa sobbalzare, il nevrotico suono di clacson di un motorino, che non sentivo da due mesi.

Sì ascolto, perché in questo periodo ho imparato ad ascoltare la città, la vita intorno a me.
Abito in una strada larga che chiamo l’”autostrada del sole”, da sempre il traffico rumoroso non si ferma mai, né notte, né giorno, né a ferragosto. Rallenta verso le tre, le quattro di notte, per poi ripartire e diventare un sottofondo che incrocia e sovrappone i rumori.

Ma nei due mesi appena passati ho avuto il tempo di godere di cose che dopo oggi non torneranno più.
Il mio stato d’animo è contrastante, sono felice del ritorno alla vita, ma so che quello che ho percepito scomparirà e spero che non torni mai più, ma sotto sotto ho già un po’ di nostalgia e mi sento in colpa.

Così a Roma dal terrazzo di casa mia di giorno, in questi due mesi, riconosco la voce del farmacista qui sotto che parla con un cliente, sul marciapiede, delle mascherine che non si trovano. Che strano, mi emoziono. Mi sembra di essere nel nostro piccolo borgo della Valcuvia, a Castello Cabiaglio, sopra Varese, dove da dentro casa so chi passa per strada perché ne riconosco la voce.

Vedo Tiziana, la commessa del supermercato che parla al telefono e passa con un carrello pieno che porta a qualche anziano che non esce e la saluto. Tiziana è una persona fantastica che ci segnala l’arrivo del gel disinfettante, dell’alcool, dei guanti di lattice, le cose più preziose in questi giorni di smarrimento e di paura.

Giovanni e sua moglie ci suonano al citofono per avvertirci che si trovano le mascherine dal giornalaio. I nostri valori e le necessità si sono completamente capovolti.

Mi danno gioia i pappagalli verdi che hanno il loro rifugio nella palma dall’altra parte della strada, che litigano e si fanno sentire tutti insieme. Le rondini che volano basse e di cui riconosco benissimo il suono. Gli uccellini che hanno preso possesso dei vasi del terrazzo e sembrano non temere più le persone.

Passano spesso elicotteri gialli di soccorso ed elicotteri che controllano chi non rispetta l’isolamento, alzo lo sguardo e mi ritrovo a salutarli. Saluto tutti quelli che posso, altre persone che passeggiano nei terrazzi condominiali nei palazzi lontani e loro rispondono al saluto. Saluto dalla finestra ogni giorno alle 18,30 la signora anziana che abita di fronte e che so da sola.

I primi giorni, quando il mondo si è fermato, c’è un’angoscia profonda nella strada vuota di notte, i semafori prima rossi, poi verdi continuano a funzionare inutilmente, per nessuno. Mentre sono lì a pensare alla tragedia che ci ha colpiti, ai morti che aumentano, alla paura che abbiamo, percepisco un rumore di bicicletta, passa un ragazzo di Glovo, col suo carico sulle spalle, unico essere umano che sfida la sorte e sento una grande ammirazione e riconoscenza.

Così ogni sera prima di andare a dormire in questi due mesi, di tempo quasi sempre bello, mi sono affacciata al terrazzo a guardare la strada che lunga si snoda verso la via Tiburtina, da cui ogni giorno entravano a Roma migliaia di persone per andare verso il centro città.

Guardo i “palazzi di vetro”, così chiamiamo i tre edifici di fronte, che ospitano solo uffici, bar e locali per mangiare, che ci fanno sentire un po’ come a Milano. Si vedono le scrivanie, le persone che lavorano. Gli uffici sono bui e vuoti. Solo in uno si vede una luce accesa, è rimasta così per due mesi.

Ogni notte ho avuto una piccola emozione, ho scoperto un nuovo rumore che prima non conoscevo o non percepivo. Non passano più gli aerei, ma una notte sento un rumore diverso, sembra un aereo da guerra, vola basso, non lo vedo, ma è sicuro un quadrimotore, mi atterrisce e penso forse ci stanno attaccando e non lo sappiamo.

I primi giorni verso l’una, la polizia sta nella piazza di fronte alla chiesa, di cui vedo solo una parte, a cento metri da casa, ferma le pochissime macchine che passano, aspetto per vedere cosa succede, dalla prima scende un uomo e sento distintamente cosa dice “ sono una guardia giurata, ho smontato dalla RAI “. Lo fanno ripartire subito, ma ne passa un’altra, viene fermata e il guidatore sta lì a parlare per parecchio, penso abbia preso una multa salata. Vedo sotto il mio palazzo una macchina ferma, si nota perché ora il parcheggio è sempre vuoto, dentro c’è una persona al telefono, non scende, non riparte. Guarda nella direzione della polizia. Improvvisamente mette in moto , velocemente esce dal parcheggio e sfila indisturbato davanti alla volante impegnata con il signore della multa. Chissà cosa nascondeva.
Alzo gli occhi un po’ allarmata ci sono dei lamenti nell’aria molto forti, due enormi gabbiani, che arrivano sicuramente dal Tevere, sorvolano velocissimi palazzi e strade dove non trovano più immondizie e cibo, si abbassano minacciosi, ma continuando ad emettere quel terribile suono, si allontanano, poi tornano e poi scompaiono. Silenzio totale. Di nuovo un lamento forte, un’ambulanza, nella notte, mi riporta alla realtà.

Una sera sento un rumore nuovo, persistente, ripetuto. Non mi affaccio. La sera dopo lo sento di nuovo e mi incuriosisce, perché dura da tanto, almeno mezz’ora. Un mezzo dell’Ama è in sosta e un operatore mette i cartoni del supermercato sotto casa nel mezzo che li compatta. I cartoni sono in carrelli enormi, pieni che lui deve spingere sul marciapiede e poi a mano mette i cartoni nella compattatrice. In tanti anni mi accorgo di non avere mai notato questo faticoso lavoro.

Di notte se chiudo gli occhi posso dire se sta passando un tram o un autobus, su viale Regina Margherita passano solo loro, distanziati e vuoti. Veloci e rumorosi. Emettono suoni acuti e stridenti.

Ma il momento più bello, che non dimenticherò più è stato quando nel silenzio, con l’aria leggera e pulita, in una bellissima notte di primavera romana, triste e struggente per tutti, sento un rumore d’acqua, guardo, cerco di allungare lo sguardo fin dove posso, ma non vedo, allora provo ad immaginare da dove arrivi. Ecco mi è chiaro è la fontanella che sta dall’altra parte del viale alle mie spalle, oltre il palazzo. L’avevo dimenticata, forse non l’ho mai guardata, ma c’è. Mi sembra bellissimo, un suono puro, di vita che scorre.

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Pubblicato il 05 Maggio 2020
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