Terra di leggende il regno delle bocce. Il perseguitato

Un cavatore di marmo, toscano purosangue, si trasferisce a Germignaga dove continua a coltivare la sua passione per le bocce e per la sua terra natia

Bocce varie

Se esiste una scienza sicuramente inesatta è quella dei soprannomi, o nomignoli, che sono affibbiati talvolta senza alcun riferimento reale, tanto da riuscire ardua la ricerca di risalire all’origine, sovente avvolta dalle fitte nebbie create attorno, oppure nata senza alcuna apparente ragione idonea a giustificare il varo definitivo che va ad appiccicarsi in modo irrimediabile addosso al malcapitato oggetto della definizione diffusa ad arte.
Il Sergino poteva essere il caso suggerito dalla letteratura in merito: nulla di lui era “ino”: un omone di oltre cento chili, alto almeno un metro e novanta, due armadi come spalle e un vocione che si poteva sentire, anche quando decideva di sussurrare, almeno a trenta metri di distanza. Ma era il Sergino, e basta. Toscano purosangue, di Massa, o meglio, di Marina di Massa, come affermava con smisurato orgoglio, generazione di cavatori nelle vicine Alpi Apuane in località Carrara, con il suo fisico era stato naturale seguire le orme dei progenitori impiegandosi nell’industria estrattiva del marmo, proprio come cavatore, non come operaio nelle segherie o negli altri laboratori di lavorazione pullulanti nella zona. Cavatore era e tale voleva rimanere, compiaciuto all’estremo della qualifica.
Nella zona si praticava con assiduità il gioco delle bocce, come naturale passatempo del periodo di riposo a valle di un lavoro massacrante come impegno fisico, ma anche mentale, perché di certo il mestiere del cavatore era anche irto di pericoli e: «Se non possiedi la testa, prima o poi ci lasci le corna», come diceva con aria solenne Sergino. E il Sergino era davvero bravo con le bocce che sparivano nella sua enorme mano, ma diventavano docili, docili, nel momento nel quale le lasciava e ricomparivano, come d’incanto, sul terreno di gioco, sia per l’accosto, sia per la bocciata, violentissima e dirompente.
C’era solo un problema. Sergino era convinto che un avverso destino lo perseguitasse, o meglio che la gente che razzolava nelle bocciofile avesse una specie di astio, più o meno evidente – o se si preferisce, sommerso – nei suoi confronti. Aveva ormai raggiunto la convinzione che: «Tutti ce l’avessero con lui», per cui qualunque minima contestazione relativa a fatti di gioco era interpretata come un’azione preordinata ed ostile nei suoi confronti.
Tutto nacque in occasione della semifinale individuale disputata a Viareggio presso la Bocciofila Ancora. Sergino stava perdendo 10 a 9 e in quella mano l’avversario aveva sbagliato una raffa con l’ultima boccia, lui aveva il punto per terra e due bocce in mano: 9 più uno, più due e fanno dodici! Sergino gioca la penultima boccia rasente l’asse di destra, dove stava il pallino, raggiunto in modo perfetto, addirittura boccia e pallino combacianti! Ma l’arbitro dichiara: «Boccia nulla, ha toccato l’asse». Figurarsi lui: comincia a dare in escandescenze, sostiene che ha seguito il percorso accanto all’asse, che la boccia neppure l’ha sfiorata, che l’arbitro è amico del giocatore locale – era vera, l’amicizia, sul tocco nulla era certo -, che si stava attuando un furto vergognoso, indegno per la serietà della competizione, oltre ad altre amenità indirizzate a madri, fratelli, sorelle e generazioni precedenti facilmente comprensibili. Morale boccia annullata, ammonizione, errore madornale con l’ultima boccia che, urtando quella del punto, l’allontana, regalando due punti all’avversario che così si aggiudica la semifinale. Sembra che abbiano percepito gli improperi di Sergio fino ad Aulla! Comunque da quel giorno lui ritenne di essere perseguitato, vessato, angariato: insomma che tutti ce l’avessero con lui.
Un bel giorno – lui celiava dicendo che tutto era stato fuorché bello – Sergio s’innamorò di una del nord – la Teresa, originaria di Germignaga, venuta in vacanza a Marina di Massa – e, come è noto l’amore riesce a smuovere qualunque cosa, anche le montagne dell’Amiata, dopo un breve fidanzamento, abbandonò la Toscana, Massa, le cave di marmo di Colonnata – e il suo delizioso lardo fatto maturare nelle nicchie marmoree – per trasferirsi sul Lago Maggiore a fare l’imbianchino.
Naturalmente anche lì poté coltivare la sua passione per le bocce, solo che la sensazione di essere braccato da individui perversi che «Ce l’avessero con lui, che era toscano» – si era aggiunta anche la componente campanilistico/regionale – continuava ad aleggiare nella sua testa.
Di certo la sorte contribuiva a versare palate di sale sulle ferite, soprattutto quando andò a giocare nel milanese, nella zona di Gorgonzola, dove alla quinta partita si trovò 11 a 11 e, con l’ultima boccia, l’avversario riuscì ad entrare fra la boccia di Sergio e il pallino – a fondo campo – nel cosiddetto fazzoletto, cioè in pochi centimetri. L’arbitro locale misurò e sentenziò: «Punto preso».
Apriti cielo! La voce di Sergino esplose in un tuono possente: «Tu rimisuri! E con il metro non con la stecca, ci stanno i millimetri lì, mica i chilometri! E ci deve essere anche il direttore di gara a misurare, che voi siete tutti d’accordo per fregarmi!» Misura e rimisura, alla fine la sentenza: «Punto pari, la mano deve essere rigiocata». Fu così che la ripetizione dette ragione a Sergio che si aggiudicò il punto e la partita. È vero che perse la successiva, ma l’aver trionfato a fronte dell’ennesimo sopruso – per lui – che stava per essere perpetrato nei suoi confronti, fu motivo di grande soddisfazione. Anche se, tornato a casa, raccontando l’evento non faceva che ripetere con  convinzione: «Vedete che ce l’hanno tutti con me, meno male che mi sono impuntato, altrimenti mi avrebbero fregato un’altra volta …».
Sembra che il vicino monte Lema abbia alfine protestato, stanco di sentire la voce rombante di Sergino che raccontava: «Sì, è inutile girare intorno alle cose; tutti ce l’hanno con me!».

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Pubblicato il 24 maggio 2020
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