“Rinunciare all’utopia è arrendersi al nichilismo”, la lezione di Matteo Saudino a Filosofarti

Filosofarti 2021: la riflessione su utopia e distopia, citando i maestri dell'età moderna e del Novecento, di Matteo Saudino sull'importanza di continuare a immaginare e costruire le utopie

Matteo Saudino filosofarti 2021

«L’utopia e la distopia sono delle narrazioni razionali che noi usiamo per capire il presente», spesso inversamente proporzionali, ma entrambe necessarie per una riflessione sul presente e sul futuro che si vuole costruire.

Richiamandosi a Tommaso Moro, a Tommaso Campanella, ad Aldous Huxley, a George Orwell, a Philip Dick, a Isaac Asimov e a Ray Bradbury, Matteo Saudino, professore di filosofia molto celebre per il suo canale YouTube Barbasophia, nella videoconferenza organizzata all’interno del ciclo di Filosofarti 2021, mercoledì 24 febbraio,  ha dimostrato l’importanza di lavorare sui temi utopici e distopici.

«Immaginando questi mondi, prendiamo consapevolezza di chi siamo»: molto diverse dalle narrazioni fantasy, le strutture utopiche e distopiche raccontano un mondo che non c’è, ma che potrebbe esserci. Dunque, una società verso cui andare, verso cui tendere «oppure qualcosa che sta per realizzarsi se non si cambia rotta», ha affermato ricordando l’isola come utopia immaginata da Tommaso Moro, «che descriveva l’isola per invitare gli stati europei a immaginare una società che si avvicinasse a quel modello». L’utopia (il luogo del bene), inoltre, ha una dimensione erotica, se ci si richiama a Platone, per cui l’amore e il bello attraggono.

Moro e Campanella avevano immaginato un mondo dove non ci fossero guerre religiose e di distruzione, «dove i medici curassero tutti», in cui la giustizia e l’istruzione venissero considerati come gli strumenti da contrapporre alle pene del carcere. «Quanto ancora c’è da fare», ha commentato il professore, «è un’utopia ancora lontana. Ma questo viaggio deve continuare perché il fondamentalismo religioso, le guerre e la distruzione climatica sono realtà».

Diversamente, la distopia è il luogo del male, un’isola da cui scappare. Scrittori come Huxley, Orwell e Bradbury invitano i lettori e le società umane ad allontanarsi dai mondi descritti nelle loro opere. «Quando ho pensato a cosa hanno in comune (intolleranza verso le persone sessualmente diverse, il controllo del corpo della donna, l’assunzione di farmaci per il controllo delle emozioni, la tv che domina, le telecamere che controllano, il partito unico, le guerre, la burocrazia, il controllo genetico e la manipolazione dell’informazione) ho capito perché non scriviamo più di utopia».

“Abbiamo rinunciato all’utopia”

«Non scriviamo più di utopia perché viviamo in un mondo dove molti elementi dispotici sono diventati reali», ha continuato. In una distopia che diventa sempre di più realtà, «l’utopia soffoca»: viene dunque difficile immaginare i luoghi del bene; non si è più abituati a essere degli uomini utopici, che sognano e immaginano le società future, perdendo «una parte in noi che sviluppa un ragionamento e un’emozione di slancio verso il bene».

Secondo Saudino ci sono tre elementi per cui bisogna tornare all’utopia: l’informazione, l’istruzione e la sanità, «che devono avere uno slancio utopico per arrivare alla quarta categoria, quella dell’ambiente». La necessità è quindi di educare «l’animale utopico che c’è in noi, altrimenti accettiamo la miseria del presente; rinunciare a un orizzonte di utopia uccide la speranza, significa cedere al nichilismo».

Gli eventi di Filosofarti vengono proposti live sulla pagina facebook (qui) e caricate sul canale Youtube, dove possono essere recuperate (clicca qui per il programma e trovare le videoregistrazioni).

Nicole Erbetti
nicole.erbetti@gmail.com

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Pubblicato il 25 Febbraio 2021
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