“Animali morti lasciati marcire in gabbia“, e dopo il blitz i carabinieri adottano il pappagallino

Alla sbarra tre persone accusate a vario titolo di numerosi reati che vanno dal falso al maltrattamento di cani e uccelli. I fatti contestati risalgono a sei anni fa quando in Valcuvia arrivarono militari e Ats

Generico 06 Jun 2022

Il “picchio rosso“, la cincia mora“ e “dal ciuffo”, il “luccherino”: tutti sequestrati perché custoditi in modo non conforme alla legge. Ma anche un pastore belga morto e in stato di decomposizione lasciato marcire dentro una gabbia, oltre a pessime condizioni igieniche, farmaci e siringhe dappertutto per somministrare i farmaci direttamente agli animali senza averne le competenze: «Signor giudice, era una catacomba per animali, una tragedia».

Di fronte al microfono appariva ancora provato il carabiniere che personalmente, assistito dai volontari dell’ente nazionale protezione animali e dalle autorità sanitarie ha eseguito la perquisizione il 7 dicembre 2015 in un allevamento di animali in un paesino della Valcuvia, atto richiesto alla magistratura varesina dopo l’esposto presentato alla stazione carabinieri di Mornago da un veterinario accortosi che un timbro apposto su alcune documentazioni mediche appariva come il suo, ma falso.

Così la procura della repubblica di Varese ha attivato le indagini che hanno portato alla perquisizione da cui sono emersi gli elementi che hanno portato al rinvio giudizio dei tre soggetti: marito e moglie, responsabili dell’allevamento e lo stesso veterinario che presentò la denuncia. Di fatto un processo partito per sospetti di falsi documentali e al massimo abuso della professione medica e che si sta celebrando in tribunale a Varese per episodi che, se dimostrati, hanno a che fare anche e soprattutto col benessere degli animali (pur non essendo tuttavia pervenuta alcuna richiesta di costituzione di parte civile di associazioni per la protezione animali).

I reati contestati sono numerosi: dall’“esercizio abusivo della professione“, alla “contraffazione di altri pubblici sigilli o strumenti destinati a pubblica autenticazione o certificazione e uso di tali sigilli e strumenti contraffatti“, dalla “falsità materiale commessa dal privato” al “maltrattamento di animali” passando per il “furto aggravato” e la “ricettazione”. Un campionario di ipotesi per le quali scatta la presunzione d’innocenza fino al terzo grado di giudizio, che nulla vale tuttavia col senso, e il tono, delle parole di un comandante di stazione dell’Arma ancora allibito dinanzi al giudice monocratico Rossana Basile, nel rispondere alle domande del pubblico ministero Davide Toscani per ciò che ha visto e riportato nel corso dell’escussione nonostante la difficoltà della materia che appare alquanto tecnica se non altro per l’identificazione delle specie protette e della fauna selvatica (dunque di proprietà dello Stato).

Il lavoro dei militari ha riguardato la verifica di quanto trovato nella sede amministrativa dell’allevamento di cani nel paesino della Valcuvia, vale a dire «timbro uguale a quello del veterinario, ma risultato falso e utilizzato probabilmente a suo nome dall’allevatore, le microchippature eseguite dall’allevatore e giustificate con timbro falso e firma apocrifa del professionista», piuttosto per le condizioni dei luoghi, con «animali morti da tempo» e «libretti medici degli animali firmati e lasciati in bianco». Accertamenti che hanno permesso di trovare però anche «trappole per la cattura degli animali selvatici, in particolare dei volatili». L’accesso alla struttura avvenuto assieme ai responsabili veterinari di Ats Insubria, Arpa e personale dell’Enpa, oltre che dei militari, ha portato al sequestro di alimenti, farmaci, dei cani e dei volatili presenti in quel momento nella struttura, tra cui anche un esemplare del pappagallo delle Molucche, adottato dalla caserma dei carabinieri di Mornago.

Gli imputati sono difesi dagli avvocati Massimiliano Carnelli e Federico Buzzi che confidano nella prescrizione di molti dei reati contestati. La prossima udienza è stata fissata per il 22 marzo 2023.

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 08 Giugno 2022
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  1. carlo_colombo
    Scritto da carlo_colombo

    Non so se sono io che pretendo troppo ma, un reato che ritengo grave, scoperto nel dicembre 2015, verrà trattato salvo sorprese che non mancano mai, nel marzo 2023. Mi chiedo se questa si possa definire giustizia o piuttosto un favore agli imputati. Già nel 2015 avrebbe dovuto, tanto per cominciare, essere comminata una multa di quelle pesanti, che penso sia l’unico modo per “sensibilizzare” certi individui mentre, come abbiamo visto in molti casi, i processi diventano solo un costo per i contribuenti e spesso lasciano impuniti gli accusati.

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