Il giudice assolve l’imputato che rimane in carcere a Varese perché non si trova posto in Comunità

Il giovane, 28 anni era accusato di pesanti maltrattamenti in famiglia e ricettazione. Una perizia lo giudica incapace di intendere e di volere al momento dei fatti. L’avvocato: «Contattate una quindicina di strutture ma il ragazzo soffre di una ‘doppia diagnosi’»

Il carcere dei Miogni di Varese

Tossicodipendente e con problemi psichiatrici, era accusato di aver pesantemente maltrattato i famigliari: è stato tuttavia assolto dal giudice per l’udienza preliminare di Varese dinanzi al quale era finito con rito abbreviato per maltrattamenti in famiglia e ricettazione poiché una perizia ha confermato l’incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti, nell’autunno 2021. Il giudice ha disposto la misura di sicurezza della “libertà vigilata con domicilio presso comunità”: il punto è che questa comunità non si trova, e il ragazzo rimarrà dunque in carcere, da assolto.

Quello che suona come un paradosso giuridico è stato raccontato al termine dell’udienza – che si celebra in camera di consiglio – dall’avvocato del 28enne marocchino che alla fine del procedimento è tornato ai Miogni. Tutto ha inizio quando il ragazzo, classe 1996 originario del Marocco arriva a Cuvio a seguito del ricongiungimento familiare col padre, nel 2008, uomo da anni emigrato in Italia e stabilitosi nel paesino della Valcuvia.

Ma il giovane soffre di una terribile nostalgia del suo Paese, sogna il Marocco e rimane in Italia controvoglia: è scontroso, si avvicina alle sostanze già l’età di 12 anni (cannabinoidi) e poi emergono i primi disturbi che si protraggono fra precedenti di polizia e intemperanze. Tutto fino a sfociare nei gravi episodi contestati: percosse e minacce rivolte ai familiari (anche verso la madre e due sorelle), lesioni gravi nei confronti del padre colpito alla testa, in uno degli episodi contestati, con una pietra e dichiarato guaribile in 30 giorni; poi, ancora, un «tso» trattamento sanitario obbligatorio mentre il ragazzo si trova solo, nella casa famigliare (i parenti erano andati all’estero): i volontari del soccorso lo trovano in stato confusionale, disidratato, che cammina sui tetti del paese, aggrappato ad un cornicione e con la voglia di scappare.

In quel frangente il giovane viene portato in pronto soccorso, e da lì alla psichiatria di Cittiglio, ma non appena gli infermieri lo spogliano per visitarlo da un involto, un cappellino appallottolato, salta fuori una pistola Luger calibro 22 con matricola abrasa. Oltre alla denuncia dei familiari per maltrattamenti in famiglia arriva dunque anche quella di ricettazione (la pistola). Scatta una misura cautelare in carcere, e nelle more del processo viene eseguita una perizia psichiatrica da cui emerge la possibilità del giovane di stare a processo, ma l’incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti (siamo tra novembre e dicembre 2021). Vengono cercate le strutture adatte per curare e assistere il ragazzo, ma non si trovano per la tipologia di patologie che affliggono l’imputato, vale a dire la dipendenza da droghe e le problemi psichiatrici.

«È questa “doppia diagnosi” di cui soffre il mio cliente che rende difficile se non impossibile da parte del sistema sanitario nazionale l’individuazione della struttura adatta per curarlo e dare esecuzione alla decisione del giudice. Ne sono state interpellate una quindicina fra Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna, ma senza esito. Quindi siamo di fronte ad un caso emblematico di una persona assolta per i reati che gli venivano contestati ma che rimane in carcere poiché non vi sono strutture per seguirlo».

Conclude l’avvocato Canzoneri: «I soggetti interpellati hanno tutti risposto sostanzialmente tre ostacoli all’accoglienza: o non operano con persone colpite da misure di sicurezza, o non hanno personale adeguato per gestire la “doppia diagnosi“, o accampano difficoltà legate a problematiche ambientali».

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Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 13 Aprile 2023
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