Casadio: «Il sindacato non ha cambiato pelle»

Intervista al segretario confederale della Cgil

È salito da Roma per partecipare al 13mo congresso della Cgil varesina. Ha gli occhi leggermente a mandorla, borse da lavori congressuali, capelli folti e grigi con riga a destra, barba ben curata del medesimo colore, altezza superiore alla media e una linea elegante, da ex atleta. Non si tratta di Sergio Cofferati, ma del suo clone: Giuseppe Casadio. Una somiglianza che ha messo in crisi persino qualche sindacalista di passaggio alle Ville Ponti. "Sembra proprio lui", ma non lo è. Casadio, segretario confederale della Cgil dal 1996, ha appena terminato il suo intervento. E’ andato a braccio, il mestiere ce l’ha nel sangue (d’altronde è nato il 1 maggio), e i 264 delegati presenti nella Sala Napoleonica gli hanno tributato un caloroso benvenuto.
Partiamo dal finale. Se dovesse dare un giudizio su questo congresso?
«È stato un congresso ricco e articolato. La dimostrazione, ammesso che ce ne fosse bisogno, che anche a Varese la rappresentanza sindacale ha molta vitalità. E non parlo solo del dibattito che c’è stato, ma anche del dato quantitativo in netta crescita, che, pur  senza lo SPI, dimostra di avere numeri rilevanti, tanto da segnare un massimo storico. Il dato più interessante è la presenza di giovani: il 35 per cento degli iscritti ha tra i 20 e i 35 anni».
C’è chi afferma che il sindacato ha cambiato pelle, diventando sempre di più un centro di erogazione di servizi, dove le problematiche del lavoro hanno perso la loro centralità.
«Non sono d’accordo con questa definizione. Quella dei servizi è una parte nobilissima e connaturata al sindacato perché dà risposte a dei bisogni elementari e alle fasce meno protette. Ma è solo una parte, perché è nel lavoro con i suoi problemi e la sua centralità che si può’ aprire una breccia anche in territori politicamente blindati e non favorevoli alle politiche sociali e sindacali. Il sindacato ha avuto sì un’evoluzione, ma non è cambiato in una sola direzione»
Durante gli anni di governo del centrosinistra non avete fatto nemmeno uno sciopero generale. A Cofferati è stato rimproverato, soprattutto dall’interno del sindacato, di essersi appiattito sulle scelte di governo.
«Non è proprio così, perché ci sono state varie forme di iniziative di protesta, dove la Cgil ha avuto un ruolo importante. Il segretario Cofferati era definito "il signor no " e veniva indicato come un antagonista di Massimo D’Alema, quindi o era l’una o l’altra cosa. Chi sta all’interno della Cgil esprime delle posizioni politiche più o meno articolate, ma sempre di area»
Libro Bianco di Maroni e articolo 18. Autorevoli opinioni, compresa quella di Gino Giugni, dicono che lo statuto dei lavoratori puo’ essere rivisto in alcune sue parti. Nello specifico: il risarcimento in luogo dell’obbligo di reintegra del lavoratore licenziato senza giusta causa e la possibilità di scegliere l’arbitrato. Cosa pensa in proposito?
«Ci siamo trovati più volte in sede ministeriale a discutere con la controparte governativa. Alcune cose del Libro Bianco sono condivisibili. Quello che noi contestiamo è la cultura che ci sta dietro. Cultura che mira a smantellare un sistema di norme basato su un principio importante: il lavoratore e il datore di lavoro non possono essere messi sullo stesso piano. Una delle due parti, il lavoratore, è più debole e le norme devono tutelarlo. Ora questo rapporto può’ essere riequilibrato solo se ci sono delle norme che tutelano il lavoratore. Il ricorso all’arbitrato è già previsto, ciò che non si ammette in tema di lavoro è che gli arbitri si pronuncino secondo equità, per i motivi che spiegavo prima. E’ l’impianto liberista, dunque, che noi contestiamo al progetto di Maroni. Cedere su alcuni punti avrebbe un effetto di restaurazione pericoloso.»
In Italia la sicurezza sui luoghi di lavoro è diventata un’emergenza, di chi sono le responsabilità di questa situazione?
«I dati in Italia sono drammatici: sui luoghi di lavoro muoiono  3 lavoratori al giorno. Le cause? Finché la sicurezza verrà percepita dagli imprenditori come un costo la scelta sarà quella del rischio. I lavoratori devono fare la loro parte perché in alcuni casi c’è una loro corresponsabilità. Come sindacato posso tranquillamente dire che non è stato fatto tutto quello che si doveva fare»

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Pubblicato il 05 Dicembre 2001
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