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"A Varese nascono grandi uomini? – Nooo! A Varese nascono solo bambini piccoli". Una battuta Yiddish "rivista e corretta" da Adriano Gallina, il direttore artistico e organizzativo del Teatro Verdi di Milano e docente dell’Università Cattolica, che ha partecipato al dibattito d’apertura della festa di Varesenews. Il titolo dell’incontro era "Varese un luogo comune", sottototitolo "Ma il Varesotto è davvero una terra marginale?". Gallina ha partecipato al confronto di idee portando le sue, ma qualcosa è "rimasto nella penna" e ha deciso di approfondire un tema che gli sta a cuore: perché non pensare a un teatro per bambini a Varese? O meglio, ma perché Varese non ha mai pensato a un teatro per bambini? La proposta è lanciata e farla cadere nel vuoto, a nostro avviso, sarebbe "peccato mortale". Adriano Gallina vorrebbe che sul tema si esprimessero tutti coloro che in qualche modo sono coinvolti, le famiglie, le istituzioni, gli insegnanti e perché no i bambini. E traccia anche l’"architettura" della sua utopia: come dovrebbe essere fatto e dove potrebbe avere sede questo teatro per bambini. Ecco il suo "contributo". (sopra, il primo da destra, Adriano Gallina)
«La città di Varese – se si eccettua uno sporadico esperimento biennale effettuato presso l’Auditorium della Scuola Media Don Rimoldi di San Fermo sul finire degli anni ’90 e una breve rassegna domenicale di un paio di anni fa – non ha mai organizzato in forma sistematica una stagione di Teatro rivolta all’infanzia e alla gioventù. Un dato per molti versi incomprensibile, se si contestualizza la città nel quadro di una Regione, la Lombardia, che, storicamente, spicca nel panorama nazionale per numerosi primati legati proprio al teatro ragazzi: la Lombardia è stata la prima realtà territoriale che abbia attivato, ormai 16 anni or sono, un Festival regionale ("SEGNALI") della produzione per l’infanzia e la gioventù, imitato e replicato successivamente da numerose altre regioni. In questo contesto, Varese spicca come l’unico capoluogo lombardo che non abbia gettato uno sguardo di sistema sull’attività teatrale rivolta all’infanzia. Il teatro per bambini viene via via declinato nei termini di un panem et circenses a cavallo tra l’animazione e l’intrattenimento fine a se stesso, in occasione delle manifestazioni estive o di qualche ricorrenza che consenta di coniugare commercio e ludus. Sempre, nel contempo (e sia detto a rischio di parere ineducato o èlitario), ricorrendo a professionalità quantomeno discutibili (ma a basso costo), che si inventano un mestiere nella supposizione – francamente avvilente – che all’infanzia in campo teatrale si possa propinare qualsiasi cosa, senza alcun risvolto educativo, formativo, men che meno culturale».
«E’ una questione che ha profondamente a che vedere con visioni del mondo e della cultura, con una sostanziale svalutazione del carattere potenzialmente strategico dell’attività di spettacolo rivolta all’infanzia e alla gioventù. Molto semplicemente: il teatro ragazzi non interessa. Non è compreso. Non viene considerato attività culturale. Viene come al solito banalizzato ed appiattito sulla dimensione della formazione dei pubblici adulti di domani o assimilato tout court alle attività di svago. O interessa solo se, e in quanto, può rappresentare una risorsa spendibile in termini di immagine, di rilancio turistico, sostanzialmente di marketing o "spaccio" della cultura. Ma stiamo parlando dei bambini. Le nostre città non pensano ai loro bambini. E quindi non sono progettate, né pensate, in funzione del futuro. E così dalle famiglie emerge, con sempre maggior frequenza, una domanda di possibilità di svago, crescita, cultura, ricreazione e socializzazione per figli tendenzialmente "monadici", isolati nel gioco e nell’apprendimento, silenziosi, straordinariamente "tecnologici" ma votati ad una "navigazione" esclusivamente telematica.
E’ del tutto evidente che il teatro non è, né può essere, la panacea o l’antidoto di processi che paiono davvero investire l’intero dominio dello scambio e della vita sociale. Il mio ragionamento muove da un angolo visuale che rappresenta "la provincia della provincia" dell’impero delle cose che contano. Il teatro, in particolare il teatro per l’infanzia e la gioventù, è poca cosa. Anche in relazione ai bisogni dell’infanzia. E’ tuttavia – direbbe Raymond Carver – "una cosa piccola ma buona".
Perché il teatro e le sue forme possono aspirare al piccolo ma insostituibile ruolo di veicolo di briciole di cultura, comunicazione e relazione capaci forse di innescare lievi, ma fondamentali, processi in controtendenza. Il teatro ragazzi, costitutivamente, afferma il senso di un teatro di relazione con un pubblico che, molto più di quanto non accada nel "teatro adulti", retroagisce con quanto accade "là sopra", ne modifica anche profondamente la storia e gli eventi; un teatro di evocazione, implicita nella logica dello spazio scenico e radicalmente negli stessi mezzi di produzione che caratterizzano il settore (nella grande maggioranza dei casi si tratta di un "teatro povero" che tuttavia, e non solo nel senso negativo della deprivazione, "fa di necessità virtù"): un’evocazione che richiede la partecipazione del pubblico, l’attenzione attiva alla "creazione" di eventi, oggetti e dinamiche invisibili ma presenti in scena, un invito all’immaginazione. Per questa ragione, il teatro ragazzi e giovani è inevitabilmente ed essenzialmente teatro di ricerca: perché non può prescindere da un’incessante interrogarsi sull’evoluzione dell’immaginario infantile ed adolescenziale, sulle mutazioni del linguaggio e delle tematiche e – al punto limite della riflessione – sul proprio stesso essere.E nelle rassegne, nell’attività seminariale e laboratoriale, nelle funzioni di servizio e consulenza al mondo della scuola, nel ruolo socializzante che ne caratterizza la storia è possibile sostenere che il teatro ragazzi assolve di fatto una funzione pubblica, ponendosi come portatore di fattori di crescita, di cultura, di civiltà e configurandosi come momento importante della ricchezza formativa di cui il mondo dell’educazione deve essere portatore».
Una casa dei bambini
«Una lunga sequenza di osservazioni, che potrebbe continuare. Certo in parte amplificata dall’amore e dalla passione che fortunatamente metto nel mio mestiere. Ma altrettanto ampiamente corroborata da dati storici ed economici, dalla crescita del settore in questi anni, dal fatto che il teatro per ragazzi rappresenta uno tra i settori più sani del sistema imprenditoriale dello spettacolo sia dal punto di vista del numero di recite e giornate lavorative (e quindi del fatturato delle imprese e dei loro standards occupazionali) sia dal punto di vista delle presenze certificate dalla SIAE al botteghino. Un’economia sana in entrata e in uscita.
Questo valga, a maggior ragione, in un contesto cittadino che potrebbe aspirare "naturalmente" al ruolo di punto attrattore per un vastissimo bacino territoriale, denso di scuole di ogni ordine e grado. Proprio per questo – anche prescindendo dalle valutazioni di carattere strettamente culturale o "filosofico" già espresse – appare doppiamente paradossale il quadro varesino. E proprio per questo il titolo del mio intervento parla di "utopia concreta": se l’utopia è cara a noi astratti teatranti, la concretezza dei bilanci, gli indici di realizzabilità possono forse far drizzare le antenne anche a chi, più prosaicamente, le idee preferisce lasciarne nell’Iperuranio platonico perché "business is business". E vengo così all’architettura del mio sogno per un teatro bambino a Varese. Immagino una casa dello spettacolo per bambini. Un vero e proprio centro culturale polivalente, che oltrepassi il modello lineare e forse un po’ datato della semplice programmazione di rassegne, per porsi come punto attrattore e propulsore di una varietà di manifestazioni ed iniziative legate al mondo dell’infanzia e alla scuola: convegni ed attività laboratoriale permanente, organizzazione di festival e rassegne, attenzione alle manifestazioni multidisciplinari, ai concerti, ai corsi di formazione, ai laboratori per ragazzi dai 15 ai 18 anni (anche finalizzati alla prevenzione della dispersione scolastica e formativa).
Una casa dei ragazzi in linea con analoghe strutture presenti in Europa, da Lione ad Amsterdam, da Dublino a Ginevra, da Lille a Stoccolma arrivando al modello in costruzione per la città di Torino, o a Genova o a Cosenza (cito volutamente quest’ultima significativa esperienza, per evitare obiezioni sulle "dimensioni" delle città). Un luogo di spettacolo, ma non solo di "teatro", aperto all’ospitalità e all’espressione di più tecniche espressive.
L’idea della "casa" come modello di riferimento non solo teorico o meramente propagandistico: immagino realmente un luogo aperto continuativamente, un centro di accoglienza, servito dai mezzi di trasporto e dotato di caffetteria, servizi di vario genere, poche unità commerciali selezionate e rivolte alle famiglie e ai bambini (librerie, giochi e giocattoli), sale conferenze, spazi a carattere museale/interattivo. Un luogo in cui le scuole potranno svolgere laboratori teatrali, assistere a spettacoli o film, ma in cui tutti potranno partecipare a convegni, feste, entrare liberamente: insomma un centro culturale di ampio respiro, di connotazione europea. Gli spazi? Basta scorrere Varesenews del mese di agosto per accorgersi che le opportunità – volontà politiche permettendo – probabilmente non mancherebbero. Scorrendo, con dimensioni e possibilità realizzative variabili: dalla Caserma Garibaldi a Villa Baragiola, dal Seminario al Cinema Rivoli. E, da milanese per dodici ore al giorno, non so più nulla di Villa Toepliz e di quel che ne è o ne sarà.
Il problema, quindi, probabilmente non sono gli spazi, ma appunto le volontà politiche. E il problema sono forse anche le volontà imprenditoriali. Esiste in questa provincia un capitalismo industriale o finanziario in grado di investire (si badi, non di spendere ma di investire) sull’infanzia, sulla crescita civile e culturale, sul più importante obiettivo strategico culturale per il paese di domani: quello dei bambini e dei ragazzi? In grado di immaginare e sostenere un’idea che è al contempo culturale e, appunto, seriamente imprenditoriale?
E’ un sogno, e come tale l’ho voluto illustrare. In realtà basterebbe un piccolo seme pubblico di comprensione, una "rassegnina", un barlume di attenzione. Ci sarà? Tante domande. Quante risposte?
Concludo riprendendo la battuta Yiddish che ho citato alla festa, sostituendo "Varese" a "Chelm": "- A Varese nascono grandi uomini? – Nooo! A Varese nascono solo bambini piccoli". La domanda finale è: bambini piccoli destinati a diventare piccoli uomini?».
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