Pallacanestro Varese, una grande impresa dello sport
Sessant'anni di passione per il basket raccontati da un appassionato d'eccellenza: «Oggi posso dire che la grande avventura della Pallacanestro Varese è parte della mia vita»
Sessant’anni di Pallacanestro Varese. Auguri e un ringraziamento sincero a tutti coloro che, con compiti diversi, hanno consentito alla società e alla squadra di percorrere un grande cammino e di regalare, attraverso imprese che sono nella storia dello sport nazionale, anche una bellissima immagine alla città.
Appassionatissimo di basket ho conosciuto la squadra varesina, i suoi colori erano allora biancorossi, negli Anni 50, quando seguivo il Gira Bologna che mi aveva entusiasmato per il suo gioco. Più volte sono ritornato alla Casa dello Sport di via 25 aprile in occasione di match importanti: Varese era la città dei miei nonni, allora da Como la si raggiungeva facilmente in treno. Con la promozione del Cantù in serie A e la mia attività di giornalista il rapporto si è poi fatto più stretto e al mio sbarco a Varese nel 1963 non ho avuto problemi di ambientamento. Fu anzi un’annata magica: il secondo scudetto della squadra, abbinata Ignis, e la promozione in serie A del Varese Calcio.
Gli anni successivi sono stati esaltanti e hanno consentito anche la mia crescita professionale perché Varese era diventata un riferimento dello sport . Ho accompagnato l’Ignis nei trionfi europei, l’ho seguita sino all’inizio di un declino inevitabile poi mi sono ritirato perché atteso da altri compiti.
Oggi posso dire che la grande avventura della Pallacanestro Varese è parte della mia vita e molto più di un ricordo: per anni l’Ignis è stata un amore frenato dalla responsabilità di fare informazione con correttezza, ma che poi ha avuto via libera.
Ed è stato un guaio perché assistendo alle partite da spettatore soffrivo con un’intensità incredibile, irragionevole e anche per questo motivo ho disertato il palasport e nel ’99 ho voluto vivere da lontano la conquista dello scudetto della stella.
Nella festa dei sessant’anni Damiano, giovane e preparatissimo collega, mi chiede di ricordare quale squadra mi abbia appassionato di più . Non ho dubbi: è la formazione che aprì il ciclo da leggenda, che vinse lo scudetto del 1969 (foto sopra) nonostante le fosse stata pronosticata solamente una salvezza e non tanto tranquilla. Eravamo giovani anche noi cronisti e accettammo con serenità la nuova filosofia della società: gioventù, forza fisica, entusiasmo e lavoro agli ordini di un tecnico che conosceva anche i segreti della preparazione atletica: Nico Messina. (foto sotto)
Nico alle olimpiadi di Città del Messico aveva visto gli USA puntare molto sulla difesa e fece altrettanto potendo contare su Ossola, Rusconi, Meneghin, un Flaborea molto motivato e Paschini; mentre il messicano Raga, Villetti, Malagoli e Ovi erano più portati alle conclusioni e il baby Consonni era strafelice di…, esserci, ma tutti furono abilmente coinvolti nel "progetto difesa".
Villetti era il capitano, accettò di essere sacrificato: l’Ignis del quintetto base aveva due play, Ossola e Rusconi, anomalia che si trasformava in vantaggio durante la fase difensiva.
Era anche il primo anno da titolare di un Meneghin diciottenne, insomma si doveva aspettare che la squadra maturasse. Invece alle prime due trasferte, Napoli e Cantù vinse e riuscì poi a espugnare il campo della grande favorita, il Simmenthal. I milanesi furono battuti anche all’ultima e decisiva partita, a Masnago.
Nella stagione successiva per avere una guida esperta della Coppa dei Campioni la società promosse Messina a direttore tecnico e affidò la squadra al mitico Nikolic (foto a sinistra) che non sbagliò un colpo ma che non ebbe problemi con la squadra perché essa , grazie al lavoro di Messina, sopportò gli enormi carichi atletici che il tecnico jugoslavo le imponeva.
Di quella squadra ricordo con affetto Claudio Malagoli e Chico Ovi che non sono più tra di noi e con stima immutata il capitano Massimo Villetti: accantonato per motivi tattici accettò con dignità la panchina e si fece trovare pronto in una difficilissima partita a Padova, anzi fu determinante per una vittoria che apriva la volata finale al titolo tricolore.
Con gli altri campioni varesini mi incontro con una certa frequenza: sto benissimo con loro perché mi trattano come un ex compagno di squadra, addirittura quasi come un complice delle tante birichinate che li hanno resi celebri anche come scavezzacolli.
E’ bellissimo avere i capelli bianchi e sentirsi ancora giovani. Alla squadra del titolo 1969 devo questo miracolo. Sarei un ingrato se la dimenticassi, se non le volessi bene.
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