“Pensa in grande e osa fallire. La mia esperienza al Tor”

L'esperienza del Tor non è solo quella dei "finisher". Roberto Gianini, tra gli atleti varesini alla gara in Val d'Aosta, racconta la sua prova fino al ritiro dopo 275 chilometri

luca spada tor de Géants

“Eccomi a raccontare il mio terzo TOR, quello da diversamente finisher, quello delle grande aspettative, quello delle grandi soddisfazioni ma anche delle grandi scoperte, fatte sulla propria pelle come sempre accade al TOR, per aiutarti a formarti ad essere sempre più un gigante come giustamente vengono chiamati i finisher di questo stupendo viaggio”.

Roberto Gianini (a destra nella foto con Luca Spada), del Team Eolo, è tra gli atleti che hanno corso l’ultima edizione del Tor Des Géants. Gianini ha raccontato sul suo profilo Facebook l’esperienza di questa straordinaria corsa di montagna che vede coinvolta un’intera regione, la Valle d’Aosta, e centinaia di corridori. Partito molto bene, tra i primi cento, ha dovuto abbandonare la gara prima della tapa di Oyace.

«Si parte domenica con la neve a Col d’Arp, si prosegue lunedì con molto freddo, martedì si continua con pioggia e vento, per arrivare al caldo di mercoledì. La bronchite non mi disturba più di tanto, l’andatura quest’anno per me è elevata, viaggio tra il 70° e l’80° posto, sto bene, sono felice, assaporo la bellezza dei paesaggi, l’incanto delle notti stellate e della luna piena, il calore della gente che incontro, la cortesia dei volontari, la bontà del cibo che mi piace ritrovare lungo il percorso (l’uva di Perloz, la polenta concia del colle della vecchia, i ravioli ed il salame di Loo, il formaggio alla piastra del lago bianco, la pasta al pomodoro del Clermont…). Tutto sembra perfetto. “Pensa in grande ed osa fallire” diceva un bellissimo libro sul TOR, ebbene il mio “pensare in grande” aveva come obiettivo quello di arrivare entro le 24 di giovedì o sotto la 100 posizione, ed il programma stava girando bene, anzi ero in anticipo di 2 ore».

«Arrivo al Rifugio Magià alle ore 20 di Mercoledì, mangio, quindi sonno per 1 ora, ma non riesco a dormire come spesso mi è capitato nelle soste fatte in precedenza, mangio nuovamente e riparto verso il Rifugio Cuney (km 263,4 dalla partenza). Sonno, tanto sonno, un po’ di musica fino al Clermont che mi tiene sveglio, pasta al pomodoro, riparto per il Col Vessonaz 2.788 mt. La luna questa notte è un faro, diverse volte mi giro pensando ci sia dietro di me un concorrente che vuole passare. Il sonno sta prendendo il sopravvento, mi fermo una paio di volte e chiudo gli occhi. Mentre corro, subentra una vocina che mi suggerisce cosa fare, “controlla se ci sono alberi caduti” “se arrivi per le 3 ad Oyace di meriti 20 min di sonno”. Il sentiero entra nel bosco e scende, scende, scende senza fine; incontro una bandierina, un’altra, un’altra ancora, la stanchezza è enorme, non vedo però il ponte da attraversare, sono esausto e sento il torrente sotto di me ancora lontano. La vocina incalza “il ponte è caduto, il TOR è sospeso, trovati una radura sgombra da alberi affinché l’elicottero possa trovarti e portarti al di là del torrente la mattina seguente”. E’ disperazione, mi abbandono su un lato della montagna a dormire; passa una ragazza inglese che urla per svegliarmi e mi informa con mappa alla mano che mancano 3 km al ristoro. Per me però il TOR è sospeso, risalgo, il sentiero trovo una radura, mi metto comodo, tolgo zaino, giacca impermeabile, scarpe e calze. Sono le 2:30 del mattino, ho percorso 275Km. Passano i concorrenti, alcune voci sono familiari, mi fanno tornare ad una realtà, ma la mia testa oramai è in una dimensione diversa, risponde puntualmente alla richieste dei colleghi con un nulla di fatto, sto dove sono, il TOR è sospeso e non ha senso proseguire, per nessuno. Nel mentre, alla spicciolata, i concorrenti passano, si infilano in una cancello di legno e spariscono nella notte. Questo cancello, tra l’altro, l’avevo ben presente dai precedenti TOR… Il freddo si fa intenso, l’essere a piedi nudi non aiuta, inizio un loop con la vocina: hai delle ciabatte? Si le ho. Me le dai? Ok. Grazie. Indosso le ciabatte, mi alzo, ho freddo ai piedi, guardo, non ho le ciabatte, le indosso… Impazzisco, perché non è razionale questo. Riprendo dall’inizio, hai delle ciabatte? Sistemo il prato, raccolgo i sassi, elimino i rami, sistemo questa mia nuova casa….»

«Alle 7 mi dicono che un volontario è salito a verificare cosa mi stava accadendo dopo tante ore fermo e le segnalazioni di alcuni concorrenti “sto riposando e aspetto un mio amico, poi scendo”. Il volontario scende. Alle 10:21 Giorgio al telefono: “Roberto dove sei?” ed io “A casa!”. Alle 11:00 mi raggiunge un’infermiera ed un volontario con protocollo “fuori di testa”. Mi fanno domande per capire lo stato della confusione in cui sono, con autorità mi invitano a seguirli. Non li ringrazierò mai abbastanza. In 30 minuti siamo ad Oyace, dopo aver superato il ponte, incontro Davide che è preoccupato e mi invita a bere la mia borraccia di sali che termino in pochi secondi. Parlo di ripartire subito dopo aver mangiato, ma mi portano in infermeria, flebo quindi sonno. Alle 14:00 mi svegliano. Parliamo di quanto accaduto e realizzo che sono rimasto nel bosco più di 8 ore. Con questa nuova consapevolezza, la decisione di fermarsi è d’obbligo, il sollievo dei medici non si fa mancare. “Osa fallire”….Ma anche questo è TOR… Al prossimo anno !!!»

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 settembre 2019
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