“Da bambino facevo il bagno nella piscina di Villa Mylius”

Le parole di chi ora attende, a dieci anni dalla donazione, che i ricordi di una vita si trasformino in un patrimonio per la città. Intervista a Roberto Babini Cattaneo, ultimo proprietario della villa

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“Mio nonno acquistò villa Mylius nel 1941, nel pieno della guerra. I Mylius erano ebrei, per questo dovettero lasciarla in fretta e furia, preoccupati della situazione che si stava vivendo».

Roberto Babini, ultimo proprietario della struttura racconta la storia di quel luogo, ricorda l’infanzia passata nel grande parco,  le vacanze nella piscina, i parenti o le serate con gli amici. E ora attende – ancora – a dieci anni dalla donazione – che quei ricordi personali si trasformino in un patrimonio per la città.

Roberto Babini Cattaneo
Roberto Babini Cattaneo

Qual è la storia della villa?
«È una storia che affonda le radici lontano e che ha visto tanti cambiamenti. Prima che l’acquistasse l’ingegner Torelli, che era poi quello che costruì le funicolari, la villa era molto diversa. Prima ancora c’era stata addirittura una filanda. Nei primissimi anni del ‘900, Torelli la vendette ai Mylius. Loro fecero la grande trasformazione, da fabbricato rurale a villa importante, con un grande parco. Mio nonno l’acquistò durante la seconda guerra mondiale, ma non ci andò subito ad abitare. Nel frattempo venne requisita dall’esercito tedesco, che ne fece la sede del genio militare. Nel periodo finale della guerra fu occupata anche dall’esercito italiano e quando la restituirono era un po’ malconcia. Fu a questo punto che mio nonno fece una serie di lavori ingrandendola».

Quali furono le aggiunte del nonno?
«Innanzitutto la piscina. Venne realizzata nel 1953 dal famoso architetto Pietro Porcinai, di Firenze. Io ero bambinetto quando hanno fatto i lavori, ma me li ricordo bene: anche perchè poi me la sono goduta per tanti anni. Mio nonno fece anche molte piantumazioni».

Siete andati ad abitare nella villa?
«Si, quando sono stati ultimati i lavori andammo a vivere lì. Poi sono arrivati mia cugina Lidia Beretta con il marito Mario e mio nonno. Io sono nato lì, e poi ci ho vissuto per quasi mezzo secolo, fino a quando sono andato ad abitare a Lugano. La mamma e la cugina invece sono rimaste lì fino al 2004, anno della loro scomparsa».

È stato in quel momento che avete cominciato a pensare di vendere?
«Sì. A quel punto la casa era vuota, io e mio fratello non ci vivevamo più, così iniziammo a cercare una soluzione. L’idea di vendere o fare una speculazione non ci piaceva. Ci attirava molto di più fare qualcosa per la città. E così è andata: ne abbiamo parlato con l’amico Fontana e abbiamo combinato la donazione al Comune di Varese».

Avevate dato indicazioni precise sulla destinazione della villa?
«Più che altro indicazioni generiche: di uso per la cittadinanza, possibilmente culturale, che avesse un senso importante. All’inizio si era parlato di una galleria d’arte, volevano fare un museo importante. Poi hanno parlato di biblioteca, poi centro culturale di chissà che cosa… Alla fine è arrivata l’idea dell’accademia di Marchesi, che si protrae dal 2010. Però ancora non vedo muoversi niente».

Le capita spesso di entrare, nel parco?
«Poco. Anche perché mi rattrista: siamo abbastanza delusi da quello che si vede lì. Tutti dicono tante parole e poi… Io capisco che ci siano grosse difficoltà, ma prima di pensare a progetti faraonici si potrebbe almeno tenere a posto quello che c’è già. Spero di vedere presto qualcosa di nuovo, ma comincio a scoraggiarmi».

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di stefania.radman@varesenews.it
Pubblicato il 21 ottobre 2019
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Commenti

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  1. Scritto da giuliomoroni

    Leggo l’intervista a Roberto Babini Cattaneo e non posso che condividere la delusione di chi si aspettava qualcosa di meglio. Non intendo addebitare responsabilità a nessuno, ma a distanza di dodici anni dalla donazione qualche preoccupazione per il futuro della villa ci può stare. Mi permetto di inviare un breve intervento che facevo nel 2017 sul tema; sono passati altri due anni e nulla è cambiato.
    “Correva l’anno 2007 quando Achille e Roberto Babini donarono Villa Mylius al Comune di Varese.
    Un dono prezioso, ma altrettanto impegnativo, perché villa e parco necessitano di manutenzioni
    onerose da parte del Comune ed anche perché i Donanti posero il vincolo della destinazione
    “culturale” sull’immobile.
    Correva l’anno 2008 quando il parco venne aperto ai Cittadini che da quel momento
    cominciarono a frequentarlo numerosi, facendone meta delle loro passeggiate quotidiane.
    Io stesso ci vado di frequente ed ogni volta che ci entro, l’occhio mi cade sulla grande bellezza di
    quella costruzione che attende da 10 anni di conoscere il suo futuro.
    La villa, da grande Signora quale è, non grida e non mette fretta a nessuno, sebbene cominci a
    mostrare qualche segno di stanchezza; le persiane un po’ cotte dal sole che perdono colore,
    qualche gronda che si stacca, alcune aiuole dove l’erba sovrasta i fiori, i bellissimi rosai che
    rischiano di staccarsi dai muri dove sono ancorati, insomma, le prime avvisaglie di un
    decadimento che nessuno può permettersi diventi degrado.
    Corre l’anno 2017 e nulla è successo.
    Leggo oggi che siamo al punto di partenza, o poco più; che si discute ancora sulla destinazione
    proposta dalla Fondazione Marchesi, o sull’Accademia del Paesaggio proposta da Zanzi, mentre
    non mi pare che vi siano al momento altre alternative conosciute.
    Sinceramente, per come la vedo io, sia la prima che la seconda appaiono soluzioni di ripiego,
    posto che sia il progetto Accademia del Gusto, che quella del Paesaggio, mi sembrano piuttosto
    limitanti quanto alla possibilità di condivisione di quel luogo affascinante con i cittadini di Varese
    e per i (pochi ancora) turisti “culturali” che approdano in città richiamati da Villa Panza.
    Avrei preferito sentir parlare di sede prestigiosa per grandi mostre, di una location speciale che
    potesse entrare a far parte di un “giro” internazionale, di un luogo degno di affiancare Villa Panza,
    già capace da sola di attirare Varesini e turisti alla ricerca di cose belle.
    Perché la gente si muove per andare a vedere le cose belle; perché l’arte, fatta in un certo modo, è
    anche capace di rendere e di creare indotto; perchè, forse, con la cultura non si mangia, ma si
    possono almeno sentire dei buoni profumi.
    Perché Villa Mylius è un luogo speciale che merita molto di più che fumo di arrosti.
    Ho sognato di andare a vedere una mostra in una Villa Mylius splendente, il cui titolo era “Tutto
    quello che non avete mai visto a Firenze”; una raccolta di dipinti nascosti nelle cantine e nei
    sottotetti degli Uffizi, quelli che non sono esposti, ma non per questo di minor interesse.
    La Villa era piena di gente, le persone parlavano idiomi differenti, ma la cosa che li accumunava
    era la gioia di essere lì in quel posto in quel momento.
    Riusciremo mai a coinvolgere tanta gente con le Accademie del Gusto e del Paesaggio?
    Riuscirebbero questi due progetti a coinvolgere altrettante persone che entrerebbo nella Villa
    per vedere una mostra?
    Forse non lo sapremo mai. Peccato.”

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