Andreas Kipar a Visionare per raccontare la “natura come infrastruttura”
A Villa Panza di Biumo il fondatore di LAND ha portato una visione in cui la natura è capitale, infrastruttura e motore di cambiamento per le città
Oltre cinquanta presenti a Villa Panza di Biumo e più di 250 collegati da remoto: sono i numeri della serata del 25 marzo che ha visto protagonista Andreas Kipar, fondatore di LAND (Landscape Architecture Nature Development), per il nuovo appuntamento della rassegna Visionare — i dialoghi di architettura organizzati dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della provincia di Varese e curati da Fulvio Irace.
A introdurre la serata, come sempre, è stata Paola Bassani, presidente dell’Ordine, che ha sottolineato come affrontare il tema del paesaggio in questa stagione della rassegna sia «Affascinante quanto il titolo dell’incontro stesso».
E il titolo — “Da visione ad azione: la natura come nuova urbanistica” — ha dato il tono a un incontro che ha spaziato dalla biografia personale di Kipar alle grandi questioni dell’adattamento climatico, con un filo conduttore preciso: il paesaggio non è lo sfondo della città, ma il campo dentro cui ci muoviamo e interagiamo. Lo ha detto con chiarezza Irace in apertura, ricordando che la stagione di Visionare 2026 punta proprio a far emergere la dimensione del paesaggio all’interno di una professione — quella degli architetti — che troppo spesso la considera collaterale.
Kipar ha esordito con una battuta che ha sciolto subito la sala: «Mi sento a casa qui, dopo una giornata intensa». E ha ripercorso una storia personale che è anche una storia culturale. Quando arrivò in Italia negli anni Ottanta, il suo profilo ibrido — diplomato giardiniere prima, architetto poi — era tutt’altro che un valore. «Giulio Crespi mi disse: “questa storia del giardiniere, per favore, qui non dirla”. In Germania, nel 1984, unire le due formazioni dava punti. In Italia no». Fu con Giovanni Sala, agronomo, amico e — come lo ha definito lui stesso — «anima gemella», che costruì il percorso che avrebbe portato alla nascita di LAND.
Oggi quella traiettoria appare quasi profetica. «Una volta non contava niente. Oggi essere giardiniere, paesaggista e architetto vuol dire tanto: in 35-40 anni è cambiata completamente la percezione». Il tema della cura del coltivato, della semina, della crescita — imparato con le mani nella terra — è diventato il cuore del suo approccio professionale.
Sul fronte concettuale, Kipar ha ribadito la sua tesi più provocatoria: la natura è una forma di capitale. Non in senso riduttivo, ma necessario. «Intrinsecamente sappiamo tutti che la natura è il nostro vero valore. L’abbiamo dimenticato nell’era dell’industrializzazione, ma oggi lo stiamo recuperando». Il riferimento non è solo filosofico: sono le Nazioni Unite, ha sottolineato, a richiamare tutti gli stati membri al Nature Capital Accounting — trovare una misura valida per il capitale naturale, perché finché il mondo è governato da flussi di denaro, anche la natura deve poter essere misurata e riconosciuta in quei flussi.
Ha poi illustrato il Nature-Factory Manifesto, presentato al World Economic Forum: l’idea che non siano solo le città a doversi preparare alla transizione ecologica, ma anche le fabbriche ancora in produzione, chiamate a diventare climaticamente positive sui propri siti — tetti verdi, facciate verdi, gestione delle acque, studi climatici integrati. «Le imprese stanno scoprendo questo», ha detto.
Tra i concetti più evocativi della serata, l’immagine del giardiniere che esce dal proprio giardino. «Il giardino è il luogo protetto. Noi oggi siamo chiamati a uscire dai nostri luoghi protetti» portare fuori dalla nicchia disciplinare è un messaggio che riguarda tutti. Le città, ha detto, si stanno preparando: «chi proattivamente, chi meno, ma in fondo tutti ci stiamo adattando alla natura come forza genitrice di maggiore comfort e biodiversità. Sempre di meno si va a costruire, sempre di più si va a coltivare».
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