Quel tratto di linea Cadorna lo conoscono anche a Brescia
La commissione scientifica del museo della Guerra Bianca di Adamellodice la sua sull'importanza di quel tratto di trincea distrutto dalle ruspe
Da qualche giorno nel varesotto imperversa la polemica lanciata da Orlando Mastrillo di varesenews.it riguardo alla distruzione di alcuni manufatti del sistema difensivo Frontiera Nord, noto al pubblico col termine improprio di “Linea Cadorna”, per far posto a villette residenziali. La questione ha trovato eco anche sul Corriere della Sera del 18 novembre in un breve ma efficace articolo di Claudio Del Frate.
Prende posizione in merito il Museo della Guerra Bianca in Adamello, istituto dedicato alla tutela e valorizzazione del Patrimonio della Prima Guerra Mondiale in Lombardia accreditato presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che, da anni, promuove la sensibilità al Patrimonio e propone nuovi strumenti di salvaguardia.
Il Patrimonio storico diffuso sul territorio è sempre più esposto ad aggressioni di ogni tipo: realizzazione di piste e impianti da sci, strade forestali, acquedotti, elettrodotti, costruzione di edifici, asfaltatura di tracciati originali, attività sportive come trial, motocross, mountain bike, attività boschive effettuate con mezzi e metodi inadeguati, per non parlare di coloro che impunemente sottraggono cippi, fregi, targhe, ecc..
I manufatti oggetto della corrente questione, situati a Luino, allo sbocco della Valle Maina, tra le località Baggiolina, Pezza e Mirabello, sono ben noti al Museo e chiaramente identificabili sulla cartografia d’epoca, sebbene recenti censimenti (almeno tre sul territorio dell’Alto Varesotto) effettuati da diversi enti, pubblici e non, non ne rilevino l’esistenza.
Del resto una mappa completa delle opere militari moderne diffuse sul territorio lombardo è ancora da completare e da diversi anni il Museo della Guerra Bianca in Adamello, col sostegno della Regione Lombardia, si sta dando da fare in questo senso raccogliendo dati storici, ordinando i risultati di censimenti compiuti da altri, effettuando in proprio rilievi sul terreno e campagne fotografiche, ecc..
Giungere ad una conoscenza puntuale, georeferenziata e dettagliata del gran numero di manufatti presenti è un lavoro lungo, difficile, ma fattibile, ed è il presupposto imprescindibile per una corretta azione di salvaguardia.
Gli oggetti della Grande Guerra sono beni culturali a pieno titolo e una normativa generale di tutela oggi esiste, data dal combinato disposto dal Decreto Legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004 recante "Codice dei beni culturali e del paesaggio" e dalla Legge n. 78 del 7 marzo 2001 recante “Tutela del patrimonio storico della Prima guerra mondiale”; in particolare per quest’ultima norma “Gli interventi di alterazione delle caratteristiche materiali e storiche delle cose [in qualunque modo ascrivibili al Patrimonio della Prima Guerra Mondiale] sono vietati” e, “qualora dagli interventi […] derivi la perdita o il danneggiamento irreparabile delle cose”, sanzionabili penalmente con “l’arresto da sei mesi a un anno e l’ammenda da lire un milione a lire cinquanta milioni”.
Mancano però due elementi fondamentali.
Innanzitutto manca, in generale, una reale consapevolezza dell’entità e delle valenze del Patrimonio: solo attraverso azioni efficaci di comunicazione e di educazione è possibile dar vita ad una nuova sensibilità e consapevolezza nei cittadini (dagli adulti ai ragazzi delle scuole) e, soprattutto, in coloro che amministrano la cosa pubblica.
In secondo luogo mancano strumenti agili ed efficaci per l’applicazione delle norme di tutela: ragionando su scala regionale è necessario riversare le conoscenze relative a consistenza e diffusione dei beni entro strumenti di pianificazione territoriale che, recepiti nell’ambito dei Piani Regolatori dei singoli Comuni, vincolino le aree di rispetto attorno ai manufatti impedendo o regolando le attività che potrebbero metterne a rischio la conservazione.
E’ anche su questi due filoni che opera oggi il Museo della Guerra Bianca in Adamello, in pieno accordo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con la Struttura Cultura e Sviluppo Locali della Regione Lombardia, e con l’ERSAF, Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, che si occupa di pianificazione territoriale.
Lo scopo è anche quello di creare rapporti di coordinamento e collaborazione con tutti gli enti (enti locali, comunità montane, enti parco, associazioni d’arma e culturali, ecc.) che in qualunque modo, operando sul territorio, interagiscono con il Patrimonio; questo per prevenire i possibili danni e per ottimizzare le risorse destinate ad interventi di recupero e valorizzazione che siano sensati e duraturi.
Sì, perché la Linea Cadorna è anche un’importante risorsa per promuovere sul territorio un turismo culturale consapevole e di qualità.
Ferma restando la necessità di valutare con un rilievo in sito di che tipo e di quale entità siano i danni arrecati al Patrimonio, è solo nel quadro descritto che è possibile inquadrare il caso specifico di Luino, ed è sensato trarre conclusioni.
A Luino non è successo nulla di imprevedibile o che non si sia già verificato in mille altre occasioni nel passato: interessi privati e pubblica superficialità hanno portato alla perdita di oggetti, sì tutelati dalla legge, ma la cui valenza culturale collettiva non è ancora condivisa da tutti, o, almeno, non da tutti allo stesso modo.
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