Stefano Binda perde 27 chili: “Chiediamo una visita medica”

Gli avvocati del quarantanovenne di Brebbia in carcere da gennaio per l'omicidio di Lidia Macchi hanno chiesto una visita per il loro assistito: "Siamo preoccupati delle sue condizioni"

stefano binda

Gli avvocati di Stefano Binda, il quarantanovenne di Brebbia in carcere da gennaio per l’omicidio di Lidia Macchi, hanno chiesto una visita medica a San vittore, perché si sono detti preoccupati delle condizioni di salute dell’assistito. In effetti nelle ultime fotografie realizzate durante le udienze a cui ha partecipato Binda, l’uomo è apparso decisamente provato e fortemente dimagrito rispetto al giorno in cui varcò la soglia del carcere. Secondo l’avvocato Sergio Martelli, Binda è dimagrito di 27 chili.

Inoltre gli é stata negata per tre volte la scarcerazione dagli arresti. Stefano Binda sta scontando una fase di carcerazione preventiva, decisa dal gip di Varese su richiesta del magistrato che conduce le indagini Carmen Manfredda, poiché a parere della pubblica accusa vi sarebbe il pericolo di inquinamento delle prove e di fuga. Gli avvocati difensori hanno sempre sostenuto una tesi contraria, ma sia il tribunale di Varese che la cassazione non hanno autorizzato la scarcerazione. Ora si torna a parlare del problema delle condizioni di salute di Stefano Binda (che a causa di una malattia ha un braccio praticamente bloccato): il 49enne continua a rimanere in carcere mentre le indagini stanno continuando su vari fronti.

Oggi proprio la procuratrice Manfredda si trovava a Cittiglio, al Sass Pinì, nel punto in cui venne ritrovato il corpo di Lidia Macchi. Sta infatti per iniziare una nuova campagna di scavi per cercare l’arma del delitto e altri possibili oggetti riconducibili alla morte della studentessa varesina. Nei mesi scorsi le campagne di scavo sono state effettuate al parco di Masnago, dove una testimone, amica di Binda, ha riferito di aver visto l’allora giovane compagno di studi gettare un sacchetto. La procura è inoltre in attesa delle perizie sui resti della povera Lidia Macchi, riesumati dal cimitero di Casbeno alcuni mesi fa.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 05 ottobre 2016
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Commenti

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  1. Scritto da Efesini 6 12

    Se gli hanno già fatto fare 270 giorni di carcere preventivo vuol dire che gli inquirenti hanno raggiunto la certezza della sua colpevolezza.
    Questa certezza non può essere fondata altro che su delle prove certe.
    Se dopo aver ribaltato il parco di Masnago, riesumato la salma di Lidia, fatto fare esami sofisticatissimi sul DNA adesso vogliono rivoltare anche il bosco di Cittiglio, vuol dire che una prova certa ancora non ce l’hanno.
    Ma se la certezza della colpevolezza non è basata su prove, su che cosa si fonda?
    E di Stefano Binda? Ma chissenefrega di Stefano Binda!

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