«Dicci a Peppe che domani si fa» su whatsapp i messaggi dei rapinatori di confine

Il processo per uno dei gregari delle rapine di Ligornetto svela i contorni su un gruppo accusato di associazione a delinquere

Avarie

Telefonate, poche. Messaggi: una valanga e tutti qualche giorno prima dei colpi. Il vecchio sms qualche volta, ma per la maggiore va whatsapp, forse con la convinzione di non poter essere scoperti.

Invece quei telefoni finiti nell’inchiesta sulle rapine di confine avvenute in successione a Ligornetto fra il marzo e il luglio del 2017 sono atterrati diritti nel processo con rito ordinario che è cominciato di fronte al collegio giudicante di Varese.

Imputato, per essere parte di un’associazione a delinquere e con l’accusa di essere stato il tassello capace di procurare il braccio armato per fare le rapine, è un varesino di 48 anni.

Secondo il difensore, Paolo Conti, «si tratta di un processo del tutto indiziario e che si basa unicamente su alcuni messaggi proprio inviati tramite whatsapp».

Ed è proprio sulla lettura di questi messaggi che ha preso il via il procedimento. L’imputato era in aula ed ha ascoltato la deposizione di un assistente di polizia della squadra mobile di Varese che si è occupato delle indagini che hanno portato in carcere sei persone raggiunte da ordinanza di custodia cautelare nel giugno scorso. La posizione di altri soggetti considerati vicine al gruppo è al vaglio della magistratura.

Nel frattempo le strade processuali degli altri componenti della banda si sono divise: tre dei catturati verranno giudicati il prossimo 20 dicembre con rito abbreviato (due sono padre e figlio, nomi conosciuti della mala varesina), uno risulta detenuto in Svizzera, l’ultimo è deceduto.

Dalle prime battute di questo processo che lambisce l’articolo 416 del codice penale “associazione a delinquere” emerge una divisione precisa dei compiti: ci sono gli autisti, che si occupano di guidare un’auto – una punto, o una Ford, veicoli che non danno nell’occhio – col compito di stare in Italia a Saltrio, mentre l’esecutore materiale a bordo di un motorino entra in Svizzera armato di taglierino o di pistola, fa la rapina e rientra rapidamente in patria, per venir recuperato dall’auto e guadagnarsi la fuga. In un caso, quasi roccambulesco, il motorino non parte e l’uomo va in panico: le telecamere lo riprendono mentre si toglie il casco, abbandona la giacca a vento e scappa verso il confine italiano dove a raccoglierlo per strada ci sono i complici.

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Prima dei colpi arrivano i messaggi per capire chi potrà puntare l’arma (pistola o taglierino): tre di queste rapine vengono effettuate alla stazione di Servizio Eni di Ligornetto (il 29 marzo, il 9 maggio e il 24 luglio) mentre in un quarto episodio viene contestata la rapina aggravata, il 16 marzo al Piccadilly, sempre di Ligornetto, a 150 metri di distanza dall’altra stazione assaltata, che ha pure un ufficio di cambio dove vengono asportati migliaia di euro e franchi.
Nel processo è emerso che ad una prima perquisizione della Mobile di Varese nella casa varesina di padre e figlio vengono trovate mazzette di banconote nuove da 5, 10 e 20 euro “imboscate” nella testiera del letto.

Ma a parte questi particolari che dovranno venir valutati in sede di giudizio anche negli altri procedimenti, sempre in quello per cui è imputato il “procacciatore” della mano d’opera criminale spuntano i messaggi che a decine vengono mandati il giorno prima delle rapine.

Spesso chi comunica non si rende conto che non solo il testo, ma anche i messaggi vocali finiranno fra gli elementi che il tribunale dovrà valutare per ricostruire i fatti oggetto di quell’operazione che ai tempi, la polizia, non a caso battezzò con un nome piuttosto eloquente: “Linea di confine”.

E così in aula solo per rispetto non vengono lette bestemmie e contumelie fra i criminali, ma spesso frasi che vogliono sottintendere un non detto che per gli investigatori ha rappresentato invece la firma inequivocabile dei colpi preparati: «Dicci a Peppe che domani si fa». Era l’8 maggio. Il giorno dopo, alle 10.30, la rapina all’Eni.

Prossima tappa del processo a fine marzo quando verranno sentiti in aula alcuni degli arrestati e una donna che affittò una delle auto di supporto ai colpi.

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 05 dicembre 2018
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