Il verde sopra il grigio: Fulvio Irace racconta Emilio Ambasz, il profeta dell’architettura “naturale”
A villa Panza, nell'ambito di Visionare, Fulvio Irace presentato il libro sul maestro dell'architettura verde: un profeta spesso inascoltato, oggi più attuale che mai
(Foto di Miriam Broggini)
Quasi quattrocento persone collegate online, più il pubblico in sala a Villa Panza: la serata del 25 febbraio dedicata a Emilio Ambasz, nell’ambito della rassegna Visionare organizzata dall’Ordine degli Architetti di Varese sotto la guida scientifica di Fulvio Irace, ha confermato quanto il tema della natura e dell’architettura sappia ancora catturare l’attenzione.
Ad aprire l’incontro, la presidente dell’Ordine Paola Bassani, che ha inquadrato la serata nel solco del ciclo di dialoghi sul paesaggio avviato nei mesi scorsi, sottolineando come il confronto con la dimensione naturale «sia ormai imprescindibile nella formazione e nella pratica di ogni architetto».
A prendere poi la parola è stato Fulvio Irace, storico dell’architettura e docente al Politecnico di Milano, che ha presentato il suo libro Natura & Architettura: la visione di Ambasz, scritto in due anni e mezzo con l’ambizione di avvicinare al pensiero di questa figura anche i lettori non specialisti. Prima della relazione, un trailer del docufilm realizzato con Francesca Molteni — cinquanta minuti disponibili su Vimeo — ha offerto un primo assaggio visivo del mondo di Ambasz.
Nato nel Chaco, la provincia subtropicale dell’Argentina, Emilio Ambasz ha costruito la propria visione a partire da un’intuizione semplice e radicale: ogni edificio è una violenza sulla natura, e il compito dell’architetto è restituire alla comunità, sotto forma di verde, il cento per cento del suolo occupato dalla costruzione. Non il classico compromesso della “casa nel giardino” — quaranta per cento alla prima, sessanta al secondo — ma cento più cento: la casa intera e il giardino intero, sovrapposti, integrati, inseparabili.
Per questo Irace ha ripercorso questa visione attraverso una serie di progetti, in ordine cronologico, che dimostrano come Ambasz abbia anticipato di decenni le parole d’ordine della sostenibilità, oggi sulla bocca di tutti: «E’ stato spesso l’uomo giusto nel momento sbagliato» ha sottolineato infatti Irace.
Nel 1978, a poco più di trent’anni Ambasz partecipa a un concorso per un piccolo villaggio tedesco in Sassonia: la proposta non è il disegno di un giardino, ma un metodo per costruirlo nel tempo: a ogni bambino nato viene regalato dalla comunità un albero e un lotto quadrato. I bambini crescono, gli alberi crescono. E la speranza implicita, ha spiegato Irace, è che un giorno le siepi tra i lotti vengano abbattute per formare un unico grande giardino. Un gesto che richiama, nello stesso anno, i settemila alberi piantati da Joseph Beuys a Kassel.
L’anno seguente, il 1979, arriva un progetto per una cooperativa di viticoltori messico-americani a Santa Rosa, in California. Le viti alte — come nella tradizione europea, non basse come nell’uso americano — formano una griglia di fili metallici che diventa tetto e riparo, un commons nel senso più pieno: la terra condivisa che nutre, protegge e unisce. Le siepi separano i lotti delle famiglie, non i muri, con un’opera realizzata dalle persone stesse. «Non si parla mai, nell’architettura di Ambasz, di muri» ha osservato Irace, in un’epoca in cui il confine tra Messico e Stati Uniti è tornato a essere una ferita aperta.
Negli anni Ottanta, mentre il postmoderno celebrava se stesso e Wall Street accelerava i propri motori, Ambasz lavorava alla riforestazione urbana — un concetto che all’epoca sembrava eccentrico. La plaza Mayor di Salamanca, con le sue temperature estive sempre più insostenibili, diventava il banco di prova per un giardino pensato a misura delle chiome degli alberi, che non oscurassero le facciate storiche ma abbassassero le temperature e migliorassero la qualità dell’aria. «Un’opera che all’epoca avevo considerato un po’ azzardata, ma oggi ne sono pentito – spiega – Dopo aver ascoltato Stefano Mancuso sull’urgenza di ripensare i centri storici surriscaldati, quelle intuizioni appaiono semplicemente necessarie».

Tra i progetti più suggestivi ricordati da Irace, il centro per la ricerca informatica nei pressi di Città del Messico — Un posto dove bastava affondare un dito nella terra per far uscire l’acqua. – e crea degli uffici come chiatte galleggianti modulabili su uno specchio d’acqua. E poi il masterplan per l’Expo di Siviglia del 1992, con tre grandi lagune su cui galleggiavano i padiglioni, destinati a lasciare alla città, dopo la chiusura, un grande parco sul fiume Guadalquivir. «Un’idea scartata, ma di straordinaria lungimiranza: solo decenni dopo, con l’Expo di Milano, il tema della riconversione post-evento sarebbe diventato obbligatorio».
Il simbolo più compiuto di questa visione rimane però l’Acros Fukuoka Building in Giappone, costruito negli anni ’90 e oggi alle soglie del suo quarantesimo anniversario. «Un edificio imponente che scala il cielo come una montagna verde a gradoni, con cinquantamila piante di centoventi specie diverse – spiega Irace – Il giardiniere che lo cura ha raccontato ai realizzatori del docufilm una cosa sorprendente: molte delle specie presenti non furono piantate, ma arrivarono spontaneamente attraverso la migrazione dei semi dalle montagne circostanti. Gli alberi hanno richiamato gli uccelli, i piccoli animali hanno trovato habitat. E la montagna verde ha cambiato il sistema di ventilazione dell’intera città».
In Italia, a Mestre, il Polo Ospedaliero dell’Ospedale dell’Angelo di Venezia-Mestre costruito nel 2008 porta lo stesso principio nella sanità: una grande serra interna, un giardino luminoso che accoglie i malati all’ingresso. A questo proposito, Irace ha citato uno studio svedese secondo cui la vista di un giardino dalla finestra della propria stanza accelera la guarigione nel sessanta per cento dei casi in più rispetto a una camera senza verde.
Eppure, per molto tempo, tutto questo è stato ignorato: e proprio mentre le sue idee diventavano mainstream, il loro padre veniva dimenticato. «Il Bosco Verticale di Milano è oggi più famoso del Fukuoka Building – ha notato Irace – ma la differenza, se consentite, è enorme: là c’è un processo, una filosofia, un patto tra architettura e natura. Qui, spesso, c’è solo un’immagine».
La serata si è chiusa con due progetti quasi autobiografici. La Casa de Retiro Espiritual in Spagna, sognata letteralmente una notte e disegnata di getto: due muri che si incrociano ad angolo retto, un cortile quadrato, gli ambienti sottoterra che prendono luce dai lucernai. “Volevo eliminare l’architettura”, ha detto Ambasz, “per far parlare la vita.” E la Barbie Hill, un museo immaginato — o forse soltanto sognato — per la bambola Mattel: una collina verde che si attraversa nell’oscurità del museo per uscire all’improvviso alla luce, dove i bambini trovano la sagoma gigante di Barbie ricoperta di erba e fiori selvatici, su cui arrampicarsi e rotolare. Un parco giochi, un’icona, una natura da abbracciare «Immaginato da un uomo che aveva ormai 80 anni, in una forma anche bizzarra: un vero sogno, la visione di Ambasz».
«Un visionario assolutamente attuale», ha sottolineato in conclusione Paola Bassani, commentando le parole e la testimonianza dello studioso autore del volume. La rassegna Visionare proseguirà nei prossimi mesi, con nuovi appuntamenti dedicati al tema del paesaggio.
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